Al vertice del G7 di Evian, Trump è parso di tono alquanto conciliante con i gregari occidentali. Il che stride con l’ira funesta indirizzata a quegli stessi governi che, in primavera, si erano sottratti all’invito di forzare militarmente Hormuz per sollevare gli Usa dall’imbarazzo. Allora Trump minacciava vendetta, oggi pare ammansito. Pesa probabilmente il bisogno di rendere credibile il trionfalismo ostentato, a fronte del clamoroso pasticcio consumatosi nello scontro con l’Iran.
Proprio a Evian, Trump dice che l’obiettivo è sempre stato precludere l’atomica e riaprire Hormuz, senza mai puntare a rovesciare il regime. Eppure, sintetizzando la girandola dei proclami snocciolati in 90 giorni infuocati, basta poco per accorgersi dell’insuccesso. Prima di sferrare i bombardamenti a sorpresa del 28 febbraio, Trump e Netanyahu avevano a più riprese incitato al golpe i manifestanti scesi in piazza, promettendo supporto e sponsorizzando le ambizioni restaurative del figlio dello Shah. Placatesi le proteste, con lo stallo dei colloqui diplomatici sul nucleare – replicando così gli antefatti dell’attacco del giugno 2025 – prendeva avvio l’operazione “Epic Fury”, per la cui interruzione Trump aggiungeva la condizione dello smantellamento della missilistica iraniana di medio e lungo raggio. La reazione di Teheran, capace di bloccare Hormuz e di attingere con droni e missili Israele, le basi Usa e le redditizie infrastrutture delle petrolmonarchie, suscitava alla Casa Bianca l’ipotesi di un’invasione terrestre, alternativa alla minaccia (forse nucleare) di cancellare la plurimillenaria civiltà persiana. Nell’impossibilità di piegare il nemico, si avviava un’estenuante altalena negoziale, condita dalle reciproche violazioni dell’annessa tregua, dovute alle ritorsioni iraniane (ancora a giugno su Kuwait e Bahrein) per i bombardamenti sul Libano da parte dell’Idf, infine disapprovati con furiosi epiteti da Trump, contrariato dalla disobbedienza di Tel Aviv, votata a sabotare la distensione.
Ecco come, con crescente frustrazione, il tiro delle richieste del Tycoon si è via via abbassato, fino al memorandum di cui si attende la firma in settimana. Dunque, nucleare e Hormuz: praticamente lo status quo ante, dato che a febbraio lo stretto era aperto, mentre il programma iraniano, prima che Trump vi recedesse, risultava disciplinato dal protocollo siglato con Obama, vigilato e limitato ai fini d’uso civile. Status quo ante, ma non del tutto. A parte la revoca delle sanzioni, lo scongelamento degli asset esteri, la pioggia di denaro (300 miliardi di dollari) che Usa e Paesi del Golfo si impegnano a stanziare addirittura per lo sviluppo economico di un Paese da 40 anni sotto embargo, l’Iran emerge come potenza regionale inaggirabile, capace di tenere in scacco l’economia mondiale. E ora ha buone carte per esigere il pedaggio su uno stretto prima a transito gratuito. Inoltre, nucleare o no, dopo avere tenuto testa agli Usa e svelata la vulnerabilità aerea di Israele, ora potenzierà ulteriormente l’arsenale deterrente viepiù approfondendo le sue partnership militari.
Ma su altro piano si aggiunge un elemento strutturalmente critico per gli Usa: è la debolezza dell’egemone che si scopre in ostaggio degli “amici” di un’intera regione ritenuta in pieno controllo. Si tratta di Israele, ovvio. Ma conta anche la risolutezza con cui le monarchie del Golfo, bersagliate dai colpi iraniani e con i commerci inchiodati, hanno preteso dalla Casa Bianca la tenuta del registro negoziale con la Repubblica islamica, agitando lo spettro di ben più strutturati rapporti di “infedeltà” con la Cina.
Eccoci dunque al G7 di Evian. Ai membri europei così come al Canada (viste le ruvide attenzioni riservategli da Trump in esordio di mandato) fa gioco la solitudine sofferta dall’egemone. I risvolti ingloriosi con l’Iran sembrano provvidenziali. Difatti le sonore congratulazioni per il successo nel Golfo e le attestazioni di convinta fedeltà, condite dalla gara a partire per sminare Hormuz e pattugliare il Golfo (a incendio smorzato) servono a ricucire la coesione. Il messaggio è: Washington sappia che può contare sempre sugli scudieri occidentali. Perciò essi non meritano i maltrattamenti (come per i dazi) e le pressioni estorsive o le minacce di abbandono (vedi Nato) sinora subiti. Né conviene indebolire chi si offre a docile sponda, in un frangente in cui gli Usa sono costretti ad affannarsi in regioni di cui invece pensavano di appaltare il presidio, consumando armi e fiumi di miliardi nonostante il fiato corto dell’industria e distraendo risorse persino dal focus anticinese nel Pacifico.
A giudicare dall’incongruenza tra le agende globali che il G7 continua ad articolare e il peso reale che esso senza gli Usa avrebbe rispetto alle potenze capofila del Sud globale, si coglie facilmente l’estrema necessità – per ciascuno dei restanti sei – di riallacciare i nodi con gli States: pena l’irrilevanza del forum occidentale che, alla fine della Guerra fredda, si era intestato il Great Design del nuovo ordine, così da meritarsi, assieme a Banca mondiale e Fmi, un posto nel novero che gli addetti ai lavori chiamano “The Others UN”.
E poi, da guerra a guerra, sullo sfondo c’è la Russia. A maggio Rubio ha certificato il disimpegno diplomatico, escludendo la mediazione degli Usa tra Russia e Ucraina, stante il ruolo non neutrale di fornitori (ora venditori, con esborso europeo) di armi alla seconda. Nonostante le diversificazioni tra le cancellerie che insistono per la “guerra fino alla vittoria” e quelle che in fondo sperano in una prossima composizione, i governi di Londra, Parigi, Berlino e Roma sanno che continuare senza Washington sarebbe improponibile. Così come lo sarebbe restare soli a gestire il dopoguerra.
D’altronde, il ritorno della Casa Bianca sulla scena negoziale è auspicato anche dal Cremlino, che desidera compromettere gli Usa come garanti del suo obiettivo primario di un’Ucraina neutrale, sia pure nella Ue ma comunque non nella Nato.
Intanto al G7 Trump prefigura il ripristino delle sanzioni sul petrolio russo, sospese durante il blocco di Hormuz per evitare l’impennata dei prezzi. Al momento non è dato sapere se il vertice sarà servito a ritrovare “l’amicizia perduta”. E anche laddove Trump volesse tornare in pista riesumando il pur deprecato “spirito di Anchorage”, per gli altri convenuti di Evian varrebbe il criterio del male minore, che suggerisce di capovolgere il famoso detto: peggio soli che male accompagnati.

