Il 26 dicembre 2024 Papa Francesco, aprendo la Porta Santa nel carcere di Rebibbia, paragonò la speranza a un’ancora alla quale rimanere aggrappati nei momenti difficili. Parole che i detenuti non hanno dimenticato tanto che un’ancora in legno è diventata oggetto di scena dello spettacolo “Tunnel dei sogni” presentato nel teatro dell’Università Lumsa. Protagonisti alcuni detenuti del carcere di Rebibbia del gruppo Libere Bolle che hanno interpretato se stessi con un’autenticità disarmante. È la prima volta che uno spettacolo prodotto in carcere viene rappresentato all’esterno e “nessuno avrebbe immaginato che questo sarebbe accaduto”, ha detto in apertura Mauro, che pur essendo tornato in libertà da qualche mese partecipa alla rappresentazione. “Auspichiamo che quella di oggi sia solo la prima di altre volte in cui porteremo la nostra voce e il nostro volto fuori dall’oscurità” ha aggiunto.
La pièce è stata ispirata dal volume “I volti della povertà in carcere” di Rossana Ruggiero e Matteo Pernaselci. L’evento è frutto della collaborazione dell’ateneo, di Vatican News, di Radio Vaticana e delle Associazioni Retrosguardi, Società San Vincenzo de Paoli – Consiglio Centrale di Roma, Across, Oratorio Gentilin, ed è realizzato con il contributo di Fondazione Roma. La scenografia riproduce una cella all’interno della quale i detenuti hanno condotto gli spettatori raccontando la quotidianità di chi trascorre le giornate dietro le sbarre, fatta di notti insonni o da risvegli amari, quelli in cui speri di riaprire gli occhi nella tua camera ma “in un batter di ciglia ti ritrovi nella dura realtà”. In un’ora e mezza hanno ribadito che non sono numeri, non sono il reato che hanno commesso “ma persone come tutte, uomini e donne che hanno sbagliato, che possono rialzarsi e che non smettono di sognare”.
Persone che hanno nostalgia del mare, che condividono la passione per la cucina ingegnandosi nel ricreare un forno con dei fornelletti da campeggio, che costruiscono un presepe, che su una grande tela dipingono una barca in mezzo al mare.
“Noi siamo qualcosa che non potete vedere”, hanno affermato tra un atto e l’altro parlando anche della difficoltà di essere ammalati in carcere, degli scogli burocratici, della paura del pregiudizio e quindi della necessità di mantenere la propria dignità.
Commuovente il momento in cui viene comunicato a un detenuto che la sua pena è estinta e può lasciare il carcere. La sua gioia è condivisa dai compagni di cella perché “la libertà di uno diventa la speranza per tutti”. “Questo spettacolo mi ha dato tanto”, ha detto Rossana Ruggiero che non ha nascosto il suo dispiacere per la mancanza in scena di tre attori. Per questioni tecnico amministrative, non è stato concesso loro di lasciare il carcere. “Ciò che abbiamo costruito insieme è bellissimo – ha aggiunto -. Non bisogna mai dimenticare queste persone. Ringrazio il Signore per avermi indicato questa strada e per avermi fatto conoscere una realtà che ignoravo”. Teresa Mascolo, direttrice di Rebibbia Nuovo Complesso, ha riflettuto che “il carcere, per definizione un luogo brutto, può far nascere cose belle. I detenuti si sono messi in gioco rappresentando l’autenticità di quello che si vive negli istituti penitenziari a dispetto di una filmografia che non restituisce la realtà”. Per Filippo Giordano, direttore del Dipartimento di giurisprudenza, economia, politica e lingue moderne dell’Università Lumsa “in carcere si deve provare a perseguire il mandato costituzionale della rieducazione, un mandato che interroga la società sul senso di giustizia e su ciò che è bene”.

