Tra le grandi distese saline delle Ande si gioca una delle partite più delicate della transizione energetica globale. Argentina, Bolivia e Cile formano il cosiddetto “Triangolo del litio”, una vasta regione andina che, secondo gli ultimi dati dello United States Geological Survey aggiornati al 2025, concentra alcune delle più importanti riserve mondiali di questa materia prima, indispensabile per la produzione di batterie impiegate nei veicoli elettrici, nei sistemi di accumulo per le energie rinnovabili e in gran parte dei dispositivi elettronici di uso quotidiano. Non a caso il litio è stato ribattezzato “oro bianco”. La sua domanda globale è cresciuta rapidamente negli ultimi anni, trainata dalla corsa alla decarbonizzazione e dalla necessità di ridurre le emissioni di gas serra. Organismi internazionali come l’Agenzia internazionale dell’energia lo considerano uno dei pilastri della transizione energetica e del raggiungimento degli obiettivi climatici fissati dall’Accordo di Parigi.
Nei salares sterminati. Eppure, proprio nei territori in cui si concentra questa ricchezza naturale, il litio pone una domanda scomoda: quanto può dirsi davvero “verde” una transizione che rischia di prosciugare le risorse idriche, alterare ecosistemi fragili e mettere sotto pressione comunità che abitano questi luoghi da secoli? Nelle Ande questa domanda ha il volto dei villaggi tra i 3.500 e i 4.000 metri di altitudine, dei pascoli d’alta quota, delle lagune salate, delle greggi di lama, alpaca, vigogne e dei raccolti. Ma ha anche la voce delle comunità indigene, che da tempo denunciano il rischio che la nuova economia verde finisca per riprodurre antiche logiche di sfruttamento. Il cuore del Triangolo del Litio è costituito dai grandi salares, immense distese salate di origine lacustre che custodiscono, sotto la crosta bianca del deserto, enormi quantità di salamoia ricca di litio. Tra i più noti figurano il Salar de Uyuni, in Bolivia, il più grande del mondo, quello di Atacama, in Cile, sfruttato industrialmente da decenni e il Salar del Hombre Muerto, in Argentina. In questi territori vivono popoli originari come gli Atacameños o Lickanantay, i Quechua, gli Aymara e i Kolla, che custodiscono da generazioni un rapporto profondo con la terra, l’acqua e i cicli naturali dell’altopiano. Qui il paesaggio non è solo uno scenario naturale ma è anche memoria, lavoro, identità e spiritualità. Oltre ad essere un ecosistema fragile, segnato da aridità estrema, precipitazioni limitate e risorse idriche già messe a dura prova dal cambiamento climatico. Il metodo tradizionale di estrazione del litio consiste nel pompare la salamoia sotterranea in grandi bacini artificiali, dove l’acqua evapora lentamente sotto il sole del deserto fino a concentrare il minerale. Dal punto di vista tecnico, il processo è relativamente semplice, ma richiede fino a due milioni di litri d’acqua per ogni tonnellata di litio prodotta. Un simile prelievo rischia di avere conseguenze drammatiche e le comunità locali denunciano da tempo l’abbassamento delle falde acquifere, la scomparsa di lagune e zone umide, i cosiddetti bofedales, fondamentali per la pastorizia tradizionale, e la progressiva desertificazione.
- (Foto ©Danielle Pereira)
- (Foto Archivio Missio)
Danni agli ecosistemi. Negli ultimi anni, diversi studi scientifici hanno documentato cambiamenti significativi negli ecosistemi dei salares. Nel caso di Atacama, ad esempio, ricerche pubblicate da scienziati hanno rilevato fenomeni di subsidenza del suolo fino a uno o due centimetri all’anno, legati alla riduzione delle riserve sotterranee di salamoia. In Argentina, nel bacino del Salar del Hombre Muerto, la perdita di zone umide e la riduzione dei flussi idrici hanno modificato habitat cruciali per numerose specie animali tra cui i fenicotteri andini, le vigogne, il cincillà a coda corta e diverse specie vegetali endemiche, adattate a condizioni ambientali estreme. Accanto agli impatti ambientali disastrosi, i leader indigeni denunciano da anni anche violazioni dei diritti territoriali e delle procedure di consultazione. In teoria, la Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro-Ilo, riconosce alle popolazioni indigene il diritto alla consultazione libera, previa e informata per tutti i progetti che riguardano i loro territori. Nella pratica, però, molte comunità sostengono che questi processi siano incompleti, opachi o solo formali. La questione, dunque, non riguarda soltanto il rapporto tra imprese e popolazioni locali, ma interpella anche i governi, chiamati a bilanciare l’urgenza di attrarre investimenti, la pressione del mercato internazionale e la tutela di territori ad alta fragilità ambientale e culturale.
L’azione della Chiesa. In questo scenario, la Chiesa cattolica in America Latina si trova sempre più coinvolta non soltanto come voce morale, ma come presenza concreta nei territori. Nelle regioni andine toccate dall’espansione mineraria, la questione del litio è infatti diventata negli ultimi anni anche una questione pastorale, perché tocca la vita quotidiana delle persone, i beni comuni, i diritti collettivi e la possibilità stessa delle comunità di continuare ad abitare la propria terra. Attraverso diocesi, parrocchie, pastorali sociali, congregazioni religiose e missionari, la Chiesa accompagna da tempo molte delle popolazioni che vivono nelle aree dei salares. È una presenza spesso discreta, ma significativa, fatta di ascolto, sostegno alle comunità più isolate, vicinanza nei conflitti, difesa del diritto all’acqua e della partecipazione. In molti casi sono proprio missionari, religiose, catechisti, laici impegnati e operatori pastorali ad affiancare le popolazioni indigene nei percorsi di organizzazione comunitaria, nella lettura critica dei progetti estrattivi e nella richiesta di processi di consultazione più trasparenti.
Una domanda radicale. Là dove il linguaggio dello sviluppo arriva con promesse di occupazione e progresso, la Chiesa prova spesso a porre una domanda più radicale, ovvero, sviluppo per chi, e a quale costo umano e ambientale? È qui che torna con forza il magistero di Papa Francesco. Nella Laudato si’ e, più recentemente, nella Laudate Deum, il Papa ha insistito sul legame profondo tra crisi ambientale e crisi sociale. La prospettiva dell’ecologia integrale invita infatti a guardare questi territori non come semplici giacimenti da valorizzare, ma come spazi di vita, relazione, cultura e custodia del creato.
Non a caso, negli ultimi mesi, la Rete ecclesiale panamazzonica ha più volte richiamato il principio dell’ecologia integrale proposto dalla Laudato si’ e dalla Laudate Deum. L’idea centrale è che la crisi ambientale e quella sociale siano profondamente collegate e che non basti ridurre le emissioni di carbonioma che una transizione energetica vera debba anche proteggere i territori, garantire diritti ai popoli locali e promuovere modelli economici più equi. In questa chiave, la questione del litio non può essere ridotta a un problema tecnico o di mercato, ma riguarda il modo in cui il mondo contemporaneo concepisce la natura: come una riserva da sfruttare in modo più efficiente o come una casa comune da custodire insieme ai popoli che la abitano? Per questo, nel dibattito ecclesiale e sociale che attraversa oggi l’America Latina, prende sempre più corpo la convinzione che il futuro del litio non riguardi soltanto il mercato globale dei veicoli elettrici, ma la possibilità di costruire una transizione ecologica che coniughi sviluppo economico, tutela del creato e rispetto della dignità dei popoli.

