(da Napoli) “La gente vuole vedere il Papa, vuole stargli vicino, vuole portargli quello che ha nel cuore: il peso e la bellezza di questa città”. Il cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia, descrive così al SIR il clima di attesa per la visita di Leone XIV alla città partenopea, scelta insieme a Pompei come méta del suo primo viaggio apostolico, che coincide con il primo anniversario di pontificato. Il Duomo e piazza Plebiscito, i due luoghi simbolici del viaggio: “Più che due tappe, li sento come un unico movimento: la Chiesa che si raccoglie e la Chiesa che si espone; la Chiesa che ascolta e la Chiesa che consegna. E, dentro questo movimento, una città che si riconosce e si affida”. Perché “ogni Papa che è venuto a Napoli ha lasciato una parola che non si sovrappone all’altra”.
“Napoli aspettava. Lo sapeva, forse, anche prima di saperlo”. Lo ha scritto lei, nella sua lettera indirizzata al Pontefice in occasione dell’annuncio del suo primo viaggio apostolico in Italia. E l’8 maggio è ormai arrivato. Come si è preparata, e come si appresta, Napoli a festeggiare il primo anniversario di Papa Leone XIV?
Quella frase nasce da qualcosa che non saprei definire diversamente se non come un’intuizione. E credo dica qualcosa di vero. In questi mesi ho visto muoversi nelle parrocchie, tra i preti, i laici, i giovani, non soltanto una macchina organizzativa – quella c’è, ed è necessaria – ma un desiderio più personale, più raccolto, meno esibito, una voglia vera di incontro.
La gente vuole vedere il Papa, vuole stargli vicino, vuole portargli quello che ha nel cuore: il peso e la bellezza di questa città.
Come Chiesa abbiamo cercato di non sovrapporci a questo movimento, ma di custodirlo. Di accompagnarlo, senza disperderlo. Perché una visita del Papa non si esaurisce nella sua reparazione. È qualcosa che si attraversa, che chiede di essere abitato. E ho l’impressione che Napoli, in questo senso, non si stia limitando ad attendere, ma si stia lasciando coinvolgere.
La visita di domani toccherà il clero e la cittadinanza in momenti distinti. Come si svolgerà nel dettaglio, e cosa si aspetta da questi due incontri così diversi tra loro?
È vero, sono due momenti distinti. Ma separarli fino in fondo rischia di non coglierne il senso. In cattedrale ci ritroveremo attorno alla Parola, davanti a San Gennaro. Sarà un tempo più raccolto, quasi trattenuto, in cui la nostra Chiesa – preti, diaconi, consacrati – si lascerà raggiungere dalla parola del Papa dentro la concretezza del proprio ministero. Poi ci sarà la piazza, la città, la gente. Le voci, i volti, le storie. E lì accadrà qualcosa di diverso ma non meno vero: un affidamento. Alla Madonna. Un gesto semplice, che appartiene alla fede di questo popolo.
Più che due tappe, le sento come un unico movimento: la Chiesa che si raccoglie e la Chiesa che si espone; la Chiesa che ascolta e la Chiesa che consegna. E, dentro questo movimento, una città che si riconosce e si affida.
Papa Leone XIV sarà il quarto pontefice a visitare Napoli, dopo Giovanni Paolo II nel 1990, Benedetto XVI nel 2007, Francesco nel 2015 e nel 2019. Quale “valore aggiunto” rappresenta questa presenza, alla luce anche di ciò che le visite precedenti hanno lasciato nella città?
Ogni Papa che è venuto a Napoli ha lasciato una parola che non si sovrappone all’altra. San Giovanni Paolo II il coraggio, Benedetto XVI la profondità, Papa Francesco la misericordia. Non so ancora quale parola ci lascerà Leone XIV. E forse è giusto così. Alcune cose si comprendono solo nel tempo, quando smettono di essere immediate.
Ma so che ogni volta che un Papa attraversa Napoli accade qualcosa: lascia un segno che non è mai solo esterno. È come se la città, per un momento, si vedesse in modo più vero. E in quel vedere ritrovasse qualcosa di sé.
La scelta di Napoli come prima metropoli italiana da visitare non è certo casuale. Qual è, a suo avviso, la portata, simbolica e pastorale, di questo gesto del Pontefice, e quali sono i suoi personali auspici per questa visita?
È una scelta che non ha bisogno di molte spiegazioni, perché parla già da sé. Il Vangelo ci consegna un criterio molto chiaro: Gesù non parte da ciò che è riconosciuto e già compiuto, ma da ciò che è fragile e irrisolto. Questo non è un dettaglio. È uno stile. Che il Papa venga a Napoli come prima tappa dice qualcosa di questo stile. L’auspicio è semplice, ma non per questo facile: che questa visita non si chiuda con la giornata dell’8 maggio. Che continui. Che trovi spazio nelle scelte, nei percorsi, nella vita concreta delle comunità.
Per Erri De Luca Napoli è in ebollizione come il suo vulcano; per Papa Francesco “è sempre pronta a risorgere”. Come può questa energia vitale, reale, ma non immune da ferite profonde e chiaroscuri, diventare contagiosa, dentro e fuori la città?
Napoli è una città che sfugge alle definizioni. Ogni volta che provi a racchiuderla, ti accorgi che qualcosa resta fuori.
Le ferite ci sono, e sono profonde. Sarebbe inutile negarlo. Ma accanto a quelle ferite, quasi nello stesso punto, c’è sempre un segno di vita:
una relazione che tiene, un gesto gratuito, una capacità di resistere che non fa rumore e non si spegne, una forma di resistenza interiore, una capacità di rialzarsi che appartiene solo a questa terra. Può diventare contagiosa? Sì, ma a una condizione: che non venga idealizzata. Che venga presa sul serio. Per quello che è, senza sconti e senza semplificazioni.
Amare Napoli significa accettarne insieme la luce e le ombre, senza separarle.
Con la visita ad Acerra il 23 maggio, Papa Leone raggiungerà tre diocesi campane in meno di un mese. Un segno di attenzione particolare per questo territorio, ma anche un appello alla sinodalità?
Tre diocesi raggiunte in poco tempo sono certamente un segno di attenzione, e lo accogliamo con gratitudine. Ma dentro questo dato si può leggere anche qualcosa di più: un’indicazione, non semplicemente una coincidenza.
La sinodalità non è un tema da discutere ma un processo permanente della vita della Chiesa. E si impara solo camminando, non restando ciascuno nel proprio spazio.
Le Chiese di questo territorio condividono molto: le stesse fatiche, le stesse attese, spesso le stesse domande. Eppure non sempre è facile riconoscersi come parte di un unico cammino. Per questo c’è bisogno di custodire i legami e di riscoprirsi davvero un corpo. Forse è questo il dono più bello che queste visite ci lasciano: ricordarci che il cammino della Chiesa prende forma insieme e che da soli non si va lontano.

