147 i giornalisti morti in guerra. Yurash (ambasciatore), “Si può uccidere una persona ma non la verità”

Inaugurata a Roma presso la Basilica di San Paolo Fuori le Mura “Gli occhi della guerra”, una mostra fotografica con 12 pannelli che riproducono immagini in bianco e nero dai fronti più caldi della guerra. Da Bucha a Irpin, da Kherson a Kharkiv fino al cuore di Kyiv. Sono 147 i giornalisti, tra cui molti fotografi, che hanno perso la vita dall'inizio della guerra. 21 sono stati uccisi mentre svolgevano le loro mansioni professionali.

“E’ possibile uccidere una persona, ma è impossibile uccidere la verità”. Con queste parole Andrii Yurash, Ambasciatore di Ucraina presso la Santa Sede, ha presentato la mostra fotografica “Gli occhi della guerra”, che è ospitata presso la Basilica Papale di San Paolo Fuori le Mura. Dodici pannelli che riproducono le immagini in bianco e nero dai fronti più caldi della guerra. Da Bucha a Irpin, da Kherson a Kharkiv fino al cuore di Kyiv. Ritraggono scene diventate purtroppo ordinarie di un’aggressione su vasta scala che dura ormai da 4 anni. La mostra è promossa dalle ambasciate presso la Santa Sede di Polonia e Ucraina. Ci sono le immagini di una stazione della metropolitana di Kharkiv gremita di persone che qui hanno trovato rifugio. C’è il volto di una giovane donna tra le macerie del ristorante Ria Pizza a Kramatorsk. Era il 27 giugno del 2023, quando un missile russo Iskander K ha colpito il locale. Era frequentato da operatori umanitari, soldati e giornalisti. L’autore della foto si trovava all’interno del locale al momento dell’esplosione.

(Foto di Marek M. Berezowski)

“Sono 147 i giornalisti, tra cui molti fotografi, che hanno perso la vita dall’inizio della guerra”, dice l’ambasciatore Yurash, assicurando che i dati sono ufficiali e sono confermati dalla Federazione dei Giornalisti Ucraina e Internazionale. Di questi, 21 sono stati uccisi mentre svolgevano le loro mansioni professionali. L’ambasciatore racconta la storia di una giovanissima giornalista vicina alla sua famiglia, la cui “perdita ha significato molto per ciascuno di noi”. Si chiamava Oleksandra Kuvshynova, lavorava come fixer e produttrice per Fox News, uccisa dai russi insieme al suo collega irlandese Pierre Zakrzewski, anch’egli fotografo, nei primi giorni di guerra, il 14 marzo 2022, nel villaggio di Horenka, quasi alla periferia della capitale ucraina Kyiv. Aveva solo 24 anni. Pierre ne aveva 55.

“Erano giornalisti e sono stati colpiti perchè i russi temevano che la verità sui loro crimini venisse svelata in tutto il mondo”.

L’ambasciatore ha quindi ringraziato gli otto fotografi polacchi che hanno donato le loro foto per la mostra. Sono Marek M. Berezowski, Wojciech Grzędziński, Agata Grzybowska, Kuba Kamiński, Tomasz Lazar, Maciej Nabrdalik, Jędrzej Nowicki, Maciej Stanik. Fin dall’inizio della guerra in Ucraina sono presenti sul posto fotografi polacchi, che costituiscono il gruppo più numeroso di corrispondenti di guerra stranieri. Sono le loro fotografie ad apparire per prime nei media di tutto il mondo. Si trovano sul fronte, nelle città e nei villaggi distrutti. Documentano la lotta e la sofferenza che dura ormai da oltre mille giorni.

Sono loro “gli occhi della guerra”.

“Tutti abbiamo paura della morte e per paura ci voltiamo dall’altra parte, preferiamo non guardare”, ha detto Jaroslaw Wlodarczyk, segretario generale dell’Associazioni internazionale della stampa polacca (Iapc). “Ma non possiamo continuare ad essere indifferenti! E non possiamo rassegnarci al male. Possa questa mostra che si trova da oggi nel cuore del mondo cristiano mostrare chiaramente la verità attraverso un giornalismo professionale e contribuire a sconfiggere il male”.

 

La metropolitana di Kharkiv (Foto di Tomasz Lazar)

E’ il cardinale James Michael Harvey, Arciprete della Basilica Papale di San Paolo fuori le mura ad accogliere l’iniziativa: “Questi professionisti dell’informazione – ha detto – non si sono limitati a immortalare le fredde notizie dei movimenti militari o la geopolitica dei fronti. Con i loro obiettivi sono scesi in strada, sono entrati nelle case saccheggiate e nei villaggi distrutti diventando compagni di viaggio della popolazione civile”.

“Le immagini che vedete sono il risultato di un destino condiviso”.

“E’ questa vicinanza umana che rende queste fotografie un documento unico e necessario per la nostra coscienza. Attraverso queste dodici fotografie esposte su sei supporti bifacciali siamo chiamati a guardare ciò che spesso preferiremmo ignorare. Ogni immagine testimonia la lotta per la libertà e la dignità ferita di uomini, donne e bambini”.

 

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