Trump contro Leone XIV. Faggioli: “Il cattolicesimo americano è il vero condensatore della crisi”

"Basta guardare da fuori per rendersi conto che è una crisi di civiltà". Massimo Faggioli, storico del cattolicesimo e docente al Trinity College di Dublino, analizza lo scontro tra Trump e Leone XIV: un rapporto mai davvero decollato, deterioratosi da gennaio, che rivela una crisi americana di civiltà in cui il cattolicesimo ha un ruolo centrale

(Foto Vatican Media/SIR)

“Il Papa è stato spinto dalla storia a non ignorare questa sfida”. Massimo Faggioli, storico del cattolicesimo e docente al Trinity College di Dublino, legge la risposta di Papa Leone XIV alle parole di Donald Trump come un passaggio nuovo in un rapporto che, negli ultimi mesi, si è progressivamente deteriorato.

Leone XIV ha risposto in modo diretto, durante il volo verso l’Algeria, alle accuse di Trump. È la prima volta che accade qualcosa di simile?
Non ricordo, nella storia recente, un episodio del genere. Leone XIV aveva cercato di restare fuori dagli scambi personali con un leader politico, in particolare con Donald Trump. Invece vi è stato trascinato. È una risposta data all’impronta, cosa non usuale per lui su questi temi. Ma ha capito che il momento richiedeva una parola chiara.

Come si è arrivati a questo punto?
È l’esito di un crescendo legato a fattori che si sono accumulati negli ultimi mesi, soprattutto da gennaio. Il discorso del 9 gennaio al corpo diplomatico, la convocazione del nunzio al Pentagono, la lettera dei tre cardinali americani del 19 gennaio. Poi ciò che è accaduto su altri fronti, dal Nicaragua al Libano fino all’Iran. C’è però anche un elemento contingente: nelle ultime ore, negli Stati Uniti, tre cardinali hanno rilasciato un’intervista alla trasmissione giornalistica più seguita in America da decenni. Trump l’ha vista e ha reagito d’impulso, perché il suo modo di agire è questo, sempre rivolto al pubblico.

C’è uno scatto d’ira legato alle ultime ore, ma si innesta su un rapporto arrivato ormai a un picco di tensione.

Sembrava che con Leone, anche per la sua origine americana, potesse aprirsi una fase diversa.
Questo è vero e ha avuto effetti concreti. Ha raccolto attorno al Papa un consenso più ampio tra i vescovi cattolici e tra i cattolici impegnati nelle istituzioni degli Stati Uniti. Leone XIV è americano, il momento è diverso e questa vicinanza ha prodotto un effetto. Fino alla fine del 2025, però, non ha voluto dare al suo pontificato una lettura politica. Ha invitato i vescovi degli Stati Uniti a prendere la parola e ha mantenuto una linea di prudenza istituzionale. Poi è stato trascinato dentro questa dinamica.

Perché il rapporto non è mai decollato davvero?
Perché esiste una cultura politica americana che tende a vedere nel Vaticano un riferimento spirituale chiamato a seguire quella linea. Ma il Vaticano non è mai stato questo, e oggi ancora meno.

Quando Trump dice che Leone XIV è stato eletto perché lui è presidente, mostra una visione del tutto Trump-centrica del mondo. L’agenda del Conclave era molto più ampia.

Il rapporto con la situazione americana era uno dei temi, non il tema. Invece è diventato il tema dominante, e il Papa è stato spinto dalla storia a non ignorare questa sfida.

Trump si presenta con una retorica che assume talvolta tratti salvifici. Come legge questo linguaggio in chiave religiosa?
È una forma di leaderismo politico che in America funziona solo se si collega alla religione, e loro hanno scelto la forma più estrema: vedere in Trump una sorta di messia, un salvatore della nazione e della civiltà. Ma non comprendono che il Vaticano ha sempre guardato con diffidenza a chiunque si presenti in questi termini. Nel primo mandato questo aspetto era meno visibile. Nel secondo è molto più evidente: attorno a Trump si costruisce una narrazione di tipo religioso che, per i cattolici, è problematica.

Le politiche anti-migratorie stanno creando tensioni anche nel mondo cattolico americano?
Sì, ed è un punto cruciale. Il trumpismo del secondo mandato ha un volto molto più nazionalista, più bellicista e, per l’elettorato cattolico, molto più legato ai nuovi protagonisti della Silicon Valley: Peter Thiel, Elon Musk.

Questo sta già producendo una frattura interna in quella destra cattolica che si era affidata a Trump.

Negli ultimi mesi ha capito che non solo la questione aborto è diventata sostanzialmente indifferente all’amministrazione, ma che le politiche anti-migratorie hanno avuto nelle chiese un obiettivo primario. Dentro quell’elettorato circola già un’idea precisa: “Non avevamo votato per questo”.

Che cosa ha detto Leone XIV

Nel volo verso Algeri, Leone XIV ha ricondotto la sua risposta al piano proprio del magistero petrino, non a quello dello scontro politico: “Io non guardo al mio ruolo come a un politico, non sono un politico, io non voglio entrare in un dibattito con lui. Il mio messaggio è il Vangelo e continuo a parlare forte contro la guerra, cercando di promuovere la pace, promuovendo il dialogo e il multilateralismo. Lo dico per tutti i leader del mondo, non solo lui: cerchiamo di finire con le guerre e promuovere pace e riconciliazione”. A una giornalista statunitense il Papa ha anche aggiunto: “Io non ho paura dell’amministrazione di Trump. Continuerò a parlare a voce alta del messaggio del Vangelo”.

Come sta vivendo questo momento il cattolicesimo americano?
Non si può più fingere che si tratti soltanto della crisi di un sistema politico o di un personaggio fuori dagli schemi. Questa crisi americana, tradottasi anche in una crisi dei rapporti con il Papa e con il Vaticano, è una crisi nazionale di civiltà. Il cattolicesimo funziona da condensatore, da catalizzatore, proprio perché ha un elemento esterno, che è il Vaticano, e oggi anche un Papa americano. Questo aiuta a leggere ciò che sta accadendo negli Stati Uniti con maggiore distanza. Da dentro può sembrare solo una variazione rispetto al passato. Guardato da fuori, appare invece qualcosa di più profondo.

Il cattolicesimo americano è dunque più centrale di quanto si pensi per leggere il trumpismo?
Molto più degli evangelicali e dei protestanti, che in larga parte restano spettatori. Il cattolicesimo è diventato davvero centrale. E la cosa paradossale, oltre che storicamente unica, è che ci sia un Papa americano chiamato a misurarsi con questa crisi di civiltà. Ciò apre molte domande e mostra quanto questo pontificato sia chiamato a navigare acque che nessuno aveva previsto così agitate e così presto.

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