Guerra Iran-Stati Uniti. Politi (Nato Foundation): “A fermarla è stata l’economia. Usa non al riparo da conseguenze”

Dalle necessità energetiche americane all’influenza di Cina e Russia nella crisi, la tregua raggiunta mostra la connessione di interessi globali

(Foto ANSA/SIR)

Dietro la tregua di due settimane, ci potrebbero essere ragioni di approvvigionamento, come la scarsità di munizioni. Di sicuro le pesanti ripercussioni sull’economia globale hanno spinto gli attori coinvolti a negoziare, rendendo insostenibile un conflitto prolungato. Nel conflitto cominciato dagli Stati Uniti contro l’Iran un ruolo cruciale di mediatori regionali, secondo Alessandro Politi, direttore della Nato Foundation, è stato giocato da Arabia Saudita, Egitto, Pakistan, Turchia. Nell’analisi offerta al Sir, Politi non trascura l’influenza significativa che Cina e Russia hanno nel ridefinire gli equilibri di potere e spiega come le sanzioni europee appaiano ormai indebolite dalle necessità energetiche degli Stati Uniti, dimostrando l’interconnessione tra i fronti mediorientale e ucraino.

L’annuncio della tregua in Iran è giunto dopo l’ultimatum lanciato da Donald Trump. Chi vince nel “Day after”?
Tutti. Non lo dico per equilibrismo politico. Era evidente fin dall’inizio di questa guerra che Trump avesse ceduto alle pressioni di Tel Aviv e della lobby filoisraeliana, ma che non fosse particolarmente convinto. Dopo l’inizio delle ostilità, infatti, aveva già chiesto per due volte un cessate il fuoco. Trump ha imparato da Zelensky, il quale ha avuto meno fortuna, che, quando si comincia a cannoneggiare, è meglio smetterla subito. Ci sono stati diversi tentativi di trovare un’uscita che salvasse la faccia, al di là della sensibilità affaristico-politica del presidente. Donald Trump è un businessman, dopotutto, che non ama restare impantanato nelle guerre, soprattutto quando diventano complicate. Ero convinto che la guerra fosse arrivata al momento giusto per essere fermata, nonostante le spinte israeliane, per motivi oggettivi. Innanzitutto, gli effetti economici toccano chiunque. Nemmeno gli americani, apparentemente autarchici sul piano energetico, sono al riparo dalle conseguenze. Israele stesso sta pagando un prezzo altissimo in termini economici e di tenuta del personale militare, come segnala il Capo di Stato Maggiore israeliano, Eyal Zamir.

Quindi è l’economia che ha pesato di più sulla decisione di fermarsi?
Un altro elemento oggettivo è il consumo delle munizioni. Più sono sofisticate, più tempo ci vuole per rimpiazzarle. Il segnale inequivocabile del raggiungimento del livello di guardia è stato quando gli americani hanno sospeso il sistema di acquisto di armi per l’Ucraina pagate dagli europei (PURL, La Prioritized Ukraine Requirements List). Le munizioni servivano agli Usa altrove e d’urgenza. Le conseguenze sull’economia globale sono state tali che gli americani hanno sospeso le sanzioni sui prodotti energetici russi. L’Europa si è trovata nella situazione paradossale in cui, dopo venti pacchetti di sanzioni, si è vista smontare con un tratto di penna l’architrave di tutto il sistema. È tempo che l’Europa si concentri sulle sanzioni essenziali, eliminando quelle inutili che non servono all’Ucraina nemmeno come segnale politico. Kiev d’altro canto ha bisogno di aiuti concreti, non di simboli, anche perché l’economia europea vive una crisi mai veramente risolta dal 2006.

Quale è stato il ruolo del fronte militare e dei rischi sul campo?
Quando sono stati abbattuti il pilota e l’operatore di sistemi di un F-15E Strike Eagle, c’è stata una mobilitazione frenetica per salvarli: l’effetto di un solo pilota catturato dagli iraniani sarebbe stato infatti devastante. Non sappiamo ancora se uno dei due sia stato effettivamente consegnato dalle autorità iraniane agli americani, ma è un’ipotesi che merita di essere verificata. Il risultato è che Trump ora ha tempo per strutturare meglio la sua uscita da una guerra inutile per i suoi interessi nazionali, in cui probabilmente è stato trascinato dal premier israeliano Netanyahu. Non parliamo poi della missione di occupare il terminale dell’isola di Kharg con truppe paracadutiste e marine, oggettivamente ad alto rischio.

Quanto può essere forte questa tregua di due settimane, considerando che Israele sembra non volerla rispettare per il Libano?
Israele prova a ottenere il massimo possibile, anche se l’obiettivo principale sta sfumando. Il problema dell’Iran per Netanyahu è che Teheran non accetta l’egemonia militare e strategica israeliana nella regione. Questo è il vero motivo del conflitto. Agli ayatollah non interessa che Israele sia un Paese ebraico, ma che sia una potenza strategica dominante. È un interesse nazionale non permetterlo e, sottovoce, molti governi arabi la pensano allo stesso modo. Sottolineo che il gruppo informale di negoziatori sia composto da Arabia Saudita, Egitto, Pakistan e Turchia. L’Egitto propone da decenni la denuclearizzazione del Medio Oriente, che sarebbe la garanzia migliore per tutti. Se ci fosse un accordo di disarmo, i verificatori israeliani sarebbero i migliori della regione. La Turchia punta a un Medio Oriente multipolare, mentre l’Arabia Saudita resta il Paese più importante del Golfo, protetto da un accordo di difesa con il Pakistan, che possiede la “bomba islamica”.

La Cina e la Russia che ruolo hanno avuto in tutto questo?
La Cina fin dall’inizio ha difeso la legalità internazionale e ha dissentito dall’iniziativa israeliano-statunitense, operando con discrezione per far finire il conflitto. Se la guerra in Ucraina non è allineata ai loro interessi, figuriamoci un conflitto nel Golfo. I cinesi hanno dimostrato un peso enorme: il fatto che le petroliere paghino ormai in yuan, rubli o criptovalute segna il cambiamento dei tempi. Colpire le installazioni nel Golfo, incluse quelle iraniane, è controproducente per tutti. L’economia mondiale non è fatta solo di petrolio, ma anche di nafta, ammoniaca, urea, zolfo, alluminio, elio. Solo gli israeliani pensano che devastare l’economia iraniana porti un guadagno netto, ma non è così. Quanto alla Russia, si è vista levare temporaneamente le sanzioni, e nel mondo della politica il provvisorio diventa spesso permanente. I russi così hanno ottenuto un bonus politico e l’assist all’Ungheria di Orban. Questo non rimedia ai danni decennali che l’invasione dell’Ucraina ha causato alla loro economia, ma resta un vantaggio immediato. Sebbene le due guerre siano distinte, hanno connessioni strategiche ovvie. Il mondo resta globale e interconnesso: questa è la grande lezione di questi due conflitti.

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