Leone XIV: “piangere sui disastri delle guerre, sui massacri e i genocidi”

Nella sua prima Via Crucis da Pontefice, il Papa ha esortare a fare propria la "lezione" di San Francesco d'Assisi, presente nelle meditazioni di padre Francesco Patton. Imparare dalle donne, per scongiurare la guerra e "rimanere umani". Oltre 30mila persone hanno assistito al rito

(Foto ANSA/SIR)

Portare personalmente la Croce lungo tutte le quattordici stazioni, per “essere portatori di pace e non di odio”, come lui stesso ha spiegato da Castel Gandolfo. E’ la scelta, finora inedita per un papa, di Leone XIV per la sua prima Via Crucis da Pontefice. Al Colosseo, il percorso di Gesù sulla Via Dolorosa si è intrecciato non solo idealmente con Gerusalemme, grazie ai testi affidati a padre Francesco Patton, già custode di Terra Santa.  Tra i temi delle meditazioni – che si snodano attraverso gli scritti di San Francesco, nell’ottavo centenario della morte – la guerra, il potere, l’economia, i migranti, i poveri, i carcerati, le vittime di abusi, le madri che hanno perso i propri figli e le donne vittime della tratta. “Facciamo nostra la preghiera con la quale san Francesco ci invita a vivere la nostra vita come un cammino di progressivo coinvolgimento nella relazione di amore che unisce il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”, le parole del Papa al termine della Via Crucis, seguita da oltre 30mila persone e trasmessa in mondovisione.

Il vero potere. Fin dalla prima stazione, il riferimento al tragico scenario attuale è molto presente:

“Ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla,

il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla”.

“Anche oggi c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare a proprio piacimento”,

l’analisi geopolitica. E il tema del potere torna anche nell’undicesima stazione: il potere autentico non è “quello di chi ritiene di poter disporre della vita altrui nel dare la morte, non è quello di chi usa la forza e la violenza per imporsi”.

Imparare dalle donne per scongiurare la guerra. “Dove c’è una sofferenza o un bisogno, le donne ci sono”,  l’omaggio nell’ottava stazione. Da secoli le donne “piangono su sé stesse e sui propri figli: portati via e incarcerati durante una manifestazione, deportati da politiche prive di compassione, naufragati in disperati viaggi della speranza, falcidiati nelle zone di guerra, annientati nei campi di sterminio”. “Donaci ancora lacrime, per non dissolvere la nostra coscienza nelle nebbie dell’indifferenza e continuare a rimanere umani”, la preghiera finale:

“Donaci lacrime, per piangere sui disastri delle guerre, per piangere sui massacri e i genocidi, per piangere con le madri e con le mogli, per piangere sul cinismo dei prepotenti, per piangere sulla nostra indifferenza”.

“Troppe madri ancora oggi vedono i propri figli arrestati, torturati, condannati, uccisi”, la denuncia della quarta stazione: la preghiera, allora, è per “le madri che hanno perso i propri figli; gli orfani, specie a causa delle guerre; i migranti, gli sfollati e i rifugiati; coloro che subiscono tortura e ingiusta pena; i disperati che hanno perso il senso della vita; coloro che muoiono soli”. Nella sesta stazione, l’esempio da seguire è quello della Veronica, il cui “occhio attento” ci esorta a riconoscere Gesù “in ogni persona condannata dai pregiudizi, nel povero privato della sua dignità, nelle donne vittime di tratta e ridotte in schiavitù, nei bambini ai quali è stata rubata l’infanzia e compromesso il futuro”.

“No” a economia finalizzata al profitto. “Risollevare chi è schiacciato a terra dall’ingiustizia, dalla menzogna, da ogni forma di sfruttamento e da ogni tipo di violenza, dalla miseria prodotta da un’economia finalizzata al profitto individuale anziché al bene comune”, l’imperativo contenuto nella settima stazione. In positivo, l’esempio da seguire è quello del Cireneo, simbolo delle

“migliaia di volontari che, in situazioni estreme, rischiano la vita per soccorrere chi ha bisogno di cibo, di istruzione, di cure mediche, di giustizia”.

La preghiera, allora, è rivolta “alle persone che incontriamo, ai poveri, ai sofferenti e agli scartati, a chi rimane solo e senza cura, a chi rimane indietro e cade, a chi non trova ascolto”.

“Stupratori e abusatori trattano le vittime come cose”. Strappare le vesti “è un tentativo che si ripete continuamente anche ai nostri giorni”, scrive padre Patton nella meditazione della decima stazione, che è una denuncia delle pratiche disumane dell’umanità: “Lo praticano i regimi autoritari quando costringono i prigionieri a rimanere seminudi in una cella spoglia o in un cortile. Lo praticano i torturatori che non si limitano a strappare le vesti, ma strappano anche la pelle e le carni. Lo praticano coloro che autorizzano e utilizzano forme di perquisizione e controllo che non rispettano la dignità della persona. Lo praticano gli stupratori e gli abusatori, che trattano le vittime come cose. Lo pratica l’industria dello spettacolo, quando ostenta la nudità per guadagnare qualche spettatore in più. Lo pratica il mondo dell’informazione, quando denuda le persone davanti all’opinione pubblica. E talvolta lo facciamo anche noi, con la nostra curiosità che non rispetta né il pudore, né l’intimità, né la riservatezza degli altri”.

Vicini a carcerati, prigionieri politici, familiari degli ostaggi, morti sotto le macerie. “Non dovrebbero mai esserci cadaveri non restituiti e insepolti: non dovrebbero mai le madri, i parenti e gli amici dei condannati essere costretti a umiliarsi da vanti all’autorità per vedersi restituire i resti martoriati di un proprio congiunto”, il monito della tredicesima stazione: “Insegnaci la pietà per sentire la sofferenza dei carcerati, per essere solidali con i prigionieri politici, per comprendere i familiari degli ostaggi, per piangere i morti sotto le macerie”.

 

 

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