“Siamo nel luogo dove una pietra sigillò la morte. Eppure, ora siamo qui per celebrare la vita”. Nella Basilica del Santo Sepolcro, a porte chiuse, il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha presieduto la messa in Coena Domini in un contesto segnato dalla guerra e dalle restrizioni. “C’è una tensione che non possiamo ignorare: fuori, le porte del Santo Sepolcro sono chiuse. La guerra ha reso questo luogo un rifugio, un dentro separato da un fuori carico di tensione”. In questo scenario, il patriarca ha indicato nel gesto della lavanda dei piedi il cuore della Pasqua cristiana: “Gesù trasforma il gesto di chi parte, nel gesto di chi serve. L’esodo, nella logica di Dio, non è una fuga dal mondo, ma un immergersi nel mondo fino in fondo”. Richiamando il dialogo di Gesù con Pietro, proclamato nelle letture, il cardinale ha sottolineato la radicalità dell’amore evangelico: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. Parole che, ha spiegato, non indicano solo appartenenza ma comunione profonda: “Puoi ammirarmi, puoi seguirmi… ma se non accetti questo modo di amare, non entrerai nel mio passaggio”. Da qui l’invito a lasciarsi amare da Cristo senza resistenze: “Non c’è ‘parte’ senza lasciarsi servire”.
Nel contesto attuale della Terra Santa, segnato da violenza e paura, questa parola assume un significato ancora più concreto: “Forse non possiamo cambiare le grandi dinamiche della storia, ma possiamo decidere se avere parte con Cristo nel suo modo di stare dentro la storia: non sopra, non contro, ma accanto”. Per la Chiesa locale, spesso “stanca e provata, a volte tentata di difendersi più che di donarsi”, si tratta di accettare la logica del servizio: “Non ci è chiesto di essere potenti, ma di avere parte con Lui. Non ci chiede di risolvere tutto, ma di non rifiutare il suo modo di amare. Perché una Chiesa ha parte con Cristo non quando è al sicuro, ma quando accetta di condividere il suo abbassamento”. “Avere parte con Lui, per noi che viviamo e testimoniamo il Vangelo in questa terra, significa imparare il linguaggio del chinarsi”. Da qui la domanda conclusiva, rivolta a tutta la comunità: “Vogliamo avere parte con Lui? Vogliamo entrare in un amore che si abbassa? Vogliamo una salvezza che passa per il servizio?”. Una scelta che diventa, ha concluso il cardinale, un nuovo esodo: “Un passaggio dalla difesa al dono, dalla paura alla fiducia, dall’orgoglio alla comunione”. In una Terra Santa ferita dalla guerra, la Pasqua comincia così: lasciandosi amare e imparando a chinarsi sugli altri.