Pasqua 2026: mons. Redaelli (Gorizia), “il nostro ‘noi speravamo’ deve diventare ‘noi speriamo’”

“Il nostro ‘noi speravamo…’ deve diventare ‘noi speriamo!’ e l’augurio di Pasqua non può che essere ‘buona speranza’”. È il cuore del messaggio pasquale di mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia, che prende le mosse dal racconto dei discepoli di Emmaus per rispecchiare la delusione del tempo presente. “Noi speravamo che il nuovo millennio portasse pace e sicurezza”, scrive il presule, elencando le speranze tradite: il disarmo, la fine della fame, il rispetto dell’ambiente, la tutela dei migranti e dei poveri. “Siamo in buona compagnia nel dirci delusi e con poca speranza, persino dopo un giubileo dedicato proprio a questa virtù”, ammette mons. Redaelli. Ma proprio la solidarietà con i due di Emmaus ci espone anche al “rimprovero molto duro di Gesù: ‘Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!'”. Il vescovo ricorda che dopo il rimprovero “Gesù con infinita pazienza si mette a spiegare le Scritture” e rinnova il gesto dello spezzare il pane. La Settimana Santa, afferma, “ha lo scopo di ridarci speranza”: una speranza “fondata sul mistero della Pasqua, un mistero di peccato e di morte che vediamo all’opera nelle moltissime guerre che oggi insanguinano l’umanità, ma soprattutto un mistero di salvezza, di misericordia, di perdono, di risurrezione, di vita”.

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