Domenica delle Palme segnata dalla tensione e dalle restrizioni in Terra Santa, dove anche l’accesso ai Luoghi santi è stato ostacolato. In mattinata, infatti, la polizia israeliana ha impedito l’ingresso al Santo Sepolcro al patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, e al Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, in un clima che riflette le difficoltà vissute dalla comunità cristiana locale. Nel pomeriggio, al Getsemani, lo stesso Pizzaballa ha guidato la meditazione della Domenica delle Palme, segnata dall’assenza della tradizionale processione. “Ci troviamo qui al Getsemani, il luogo dove Gesù, giunto al culmine del suo viaggio verso Gerusalemme, si fermò e pianse”, ha esordito, sottolineando come lo sguardo di Cristo “penetrò nel cuore della città che amava”. Un’assenza, quella delle palme e della folla, che non è solo simbolica ma concreta: “Ci riuniamo senza processione, senza palme che sventolano per le strade. Questa assenza non è una mera formalità. È la guerra che ha interrotto il nostro cammino festivo”. Parole che risuonano con quanto accaduto poche ore prima e con le limitazioni che colpiscono i fedeli. Il patriarca ha quindi richiamato il valore di una fede che resiste anche nelle prove: “Il grido di ‘Osanna’ non ha bisogno di rami per elevarsi al cielo, e la fede non vacilla quando vengono spogliati i riti esteriori”. In questo contesto, ha aggiunto, Cristo continua a camminare con il suo popolo: “Anche quando la strada è bloccata, egli dimora nel cuore di coloro che non hanno smesso di seguirlo”.
Al centro della meditazione, il dolore di Gerusalemme e della Terra Santa: “Oggi Gesù piange ancora una volta su Gerusalemme… Piange per tutte le vittime di una guerra che sembra non avere fine: per le famiglie divise, per le speranze infrante”. Un pianto che diventa appello alla responsabilità e alla conversione. Rileggendo il racconto della Passione, Pizzaballa ha indicato nella croce il luogo della rivelazione: “Di fronte a un amore che non si difende… i criteri del mondo crollano. Scopre che il vero potere non risiede nella violenza… ma in una vita donata liberamente”. E ha ricordato la confessione del centurione: “Quest’uomo è il Figlio di Dio”. Nonostante il contesto segnato dalla violenza e dalle restrizioni, il messaggio resta aperto alla speranza: “L’ultima parola di Dio è la tomba vuota… una pace che non è un’illusione, ma il frutto della croce”. Una pace che, ha ribadito, “non è un fragile accordo tra nemici, ma nasce da un Dio che si dona completamente”. Infine, l’invito ai fedeli, in una giornata priva dei segni esteriori della festa: “Oggi non portiamo palme in processione. Portiamo invece la croce… scegliamo di diventare costruttori di riconciliazione”. Un appello che, nella Gerusalemme ferita di oggi, assume il valore di una testimonianza concreta: “La guerra non cancellerà la risurrezione. Il dolore non spegnerà la speranza”.