Scuola, scommessa di futuro. I missionari e la sfida educativa

In Sudan come in Libano, così come nello Sri Lanka e in molti altri Paesi segnati da guerra e povertà, milioni di bambini sognano di indossare una divisa scolastica e studiare per sperare in un futuro migliore. Grazie all’impegno di molti missionari questo è possibile

Laboratorio di infermieristica dei Comboniani (Foto Popoli e Missione)

“Quando vedi una foresta da lontano, ti sembra impenetrabile. Solo quando ti avvicini scopri che c’è un passaggio”. Così Tairab descrive la riapertura della scuola dei Comboniani a Omdurman, città gemella di Khartoum sulla sponda Ovest del Nilo. Tutti gli dicevano: “Lascia stare, è troppo presto per tornare a Khartoum…”, eppure lui è partito. Lasciando al Cairo moglie e figli, è tornato nella “sua” parrocchia di Masalma. E ha aperto la strada al rientro dei missionari Comboniani. Ha radunato una decina di maestre – cristiane e musulmane – e ha accolto 120 bambini e bambine. Dove una volta c’erano 2.000 studenti, adesso c’è uno sparuto “resto di Giacobbe”. Ma la speranza è come il granello di senape: parte piccolo, ma sogna in grande. “Non vogliamo soldi – dicono con fierezza le maestre –, ci basta lavorare e sapere che i nostri bambini vanno a scuola”. Sette milioni di bambini in Sudan, l’80% del totale, non vanno più a scuola da quando la guerra è scoppiata, nell’aprile del 2023. Per molti altri il ritorno a Khartoum, o a una vita normale, sarà ancora lungo. Ma questi bambini intanto aprono la strada alla speranza. “A settembre – racconta padre Gigi Codianni, superiore generale dei Comboniani – gli studenti si sono presentati con le loro vecchie uniformi, un po’ sgualcite dal tempo, ma con una voglia di tornare alla loro scuola, una voglia che neppure la violenza delle armi è riuscita a scalfire. Per molti altri il ritorno a Khartoum, o ad una vita normale, sarà ancora lungo. Ma questi intanto aprono la strada”.

La fida educativa. In tutto il mondo grazie alla sinergia tra missionari, Chiese locali e anche al sostegno dei fondi dell’8xmille, milioni di persone, di diverse culture, hanno accesso alla formazione attraverso quelle che Papa Leone XIV definisce “comunità educanti, in cui lo sforzo didattico è arricchito dallo sforzo di tutti”. È quanto fanno anche i Fratelli delle Scuole cristiane, congregazione fondata sul carisma di san Giovanni Battista de La Salle, patrono degli insegnanti e degli educatori. Presenti in 80 Paesi, con oltre 1.100 centri educativi, a servizio di più di un milione di allievi, cercano di rimuovere gli ostacoli che impediscono a bambini e ragazzi di andare a scuola. Ad esempio, a Mannar, nel Nord-est dello Sri Lanka, gestiscono scuole frequentate in gran parte da figli di pescatori e agricoltori, in condizioni di fragilità economica. Presso La Salle English Medium School ci sono anche insegnanti di sostegno dedicati ai bambini con disabilità. Uno di loro, Roshan, confida a Popoli e Missione: “Qui i piccoli ricevono supporto individualizzato nel percorso educativo, con strumenti e strategie mirate per favorire l’inclusione e la partecipazione attiva. Come è accaduto a Roy, 10 anni, affetto da sindrome dello spettro autistico. Grazie a interventi mirati, al sostegno familiare, e al contesto inclusivo, è più calmo, reattivo, capace di interagire con l’ambiente circostante e con gli altri bambini”. La sfida educativa diventa poi particolarmente difficile in contesti segnati da guerra e povertà. In Sud Sudan il 70% delle scuole sono distrutte, il 63% degli insegnanti non adeguatamente preparati. Solo l’1% delle bambine termina la scuola primaria. Povertà, matrimoni precoci e tradizioni culturali, vedono la donna unicamente dedicata alla famiglia.

Yol diventerà un maestro. Lo sa bene Theresa, 23 anni, che sta studiando al Rumbek Health Institute per diventare ostetrica, in un Paese dove 1.223 donne muoiono ogni 100mila nati vivi, per complicazioni legate alla gravidanza. Ma il suo percorso è stato una corsa a ostacoli. Quando a causa di un incidente muore suo zio, la vita di Theresa cambia. È costretta ad abbandonare il suo villaggio e la scuola e i parenti le chiedono di dedicarsi alle faccende domestiche e al bestiame. Nonostante le difficoltà, Theresa è fortunata: sposa un uomo che non conosce ma che la incoraggia a riprendere gli studi e oggi è determinata ad ottenere il diploma di ostetricia. Ma anche per i ragazzi non è facile studiare. “Da piccolo sapevo soltanto che avrei dovuto guardare il mio bestiame. Vedevo la scuola come una perdita di tempo”, dice Yol Geec, 24 anni, sesto di dieci fratelli, che a nove anni è diventato uno studente del Mazzolari Teachers College di Cueibet, gestito dai padri Gesuiti con il sostegno della diocesi di Rumbek. “Oggi il mio sogno è di educare altri bambini perché possano uscire dalla miseria: la mancanza di conoscenza è pericolosa e può uccidere”. Anche la storia di Zahra, rifugiata siriana di 14 anni, è emblema del potere trasformativo dell’educazione. “Quando era ora di andare a letto – ricorda – ci stringevamo l’un l’altra, temendo di non svegliarci il mattino successivo. Tutto ciò che si udiva erano aerei, bombe e razzi”. La paura del futuro la tormentava, fino a quando è arrivata alla Telyani School del Jesuit Refugee Service – Jrs, a Bar Elias, in Libano. Lì ha iniziato dalla scuola materna, ha ricevuto accompagnamento e sostegno psicologico, e ora sta proseguendo la sua istruzione. Ha scoperto il suo talento innato per l’arte, che ha utilizzato come mezzo di evasione e di espressione personale. “Ho iniziato a disegnare per calmare la mia anima. Non ho mai smesso. Ho capito che la speranza non finisce in questa scuola e ho imparato a credere che i miei sogni sono più grandi delle mie ansie: devo impegnarmi e realizzarli. Spero un giorno di poter tornare in Siria e raccontare il mio percorso attraverso una grande mostra”. Ogni storia di formazione diventa così storia di speranza, per cercare risposte creative e inoltrarsi in sentieri nuovi e inesplorati.

*Popoli e Missione

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