Il summit dei 27 capi di Stato e di governo Ue, svoltosi a Bruxelles il 19 marzo, non ha fatto che confermare le divisioni interne all’Europa comunitaria. Numerosi i temi all’ordine del giorno sui quali è mancata una convincente convergenza politica: fra questi, il prestito solidale da 90 miliardi all’Ucraina, la revisione delle quote Ets (strumento per ridurre le emissioni di gas serra), la posizione da tenere riguardo al conflitto in Medio Oriente (compresa la questione dello Stretto di Hormuz). Solo sulle migrazioni tutti d’accordo: alzare muri, anche nei confronti da chi fugge dalla guerra in corso che vede coinvolti vari popoli della regione mediorientale.
Con l’aria sovranista che tira in Europa, sono a rischio i valori costitutivi della “casa comune”: in primis la solidarietà tra gli stessi Paesi aderenti, che in origine era intesa anche oltre i confini comunitari. Ma anche impegni di recente acquisiti dall’Ue, come la lotta al cambiamento climatico, passano in secondo piano: la Commissione Von der Leyen, che ne aveva fatto uno dei principali punti programmatici al momento dell’elezione del 2019, dal 2024 in poi, quando Von der Leyen è stata riconfermata, sembra aver accantonato tale “missione”, sotto la pressione delle lobby industriali e delle posizioni politiche nazionaliste che pongono il Green Deal in fondo alle proprie preoccupazioni.
Nel momento storico in cui occorrerebbero la massima unità e la condivisione di obiettivi e strategie politiche, anche per tener testa a un quadro geopolitico compromesso, alle instabilità economiche e alle continue sfide poste dall'”alleato” Trump, le divisioni interne – spesso suscitate da egoismi nazionali o da timori elettorali da parte dei leader – indeboliscono l’Unione europea, il cammino d’integrazione e la voce dell’Ue sulla scena internazionale.Difficoltà che emergono non solo misurando gli esiti del summit, ma anche osservando gli stop and go della Commissione e, ormai da tempo, la virata politica che pare caratterizzare i lavori dell’Europarlamento. Infatti, all’interno dell’istituzione che rappresenta i cittadini (essendo l’unica in sede Ue eletta a suffragio universale), sta venendo meno la coesione nella tradizionale maggioranza europeista, costituita da Popolari, Socialdemocratici e Liberali, con l’appoggio saltuario dei Verdi. In più occasioni il Ppe, forza centrista guidata dal tedesco Manfred Weber, sta progressivamente accantonando lo storico profilo pro-Europa, convergendo in varie scelte e votazioni con i gruppi parlamentari nazionalisti ed eurofobi di estrema destra.
Una cartina al tornasole di tale orientamento la si potrà verificare con certezza tra meno di un anno, quando, giunto a metà legislatura, il Palamento europeo dovrà votare il suo nuovo presidente, carica attualmente ricoperta da una esponente del Ppe, la maltese Roberta Metsola.
Se per giungere alla poltrona più alta dell’Eurocamera Manfred Weber si farà sostenere, oltre che dal suo Ppe, dal gruppo dei Conservatori, dall’Europa delle nazioni sovrane e dai Patrioti, darà il suo avallo a un’inedita maggioranza euroscettica, che potrebbe costituire un ulteriore e forte ostacolo al cammino verso quell’Europa unita immaginata dai “padri fondatori”.

