Guerre e impatto sui poveri: 86 milioni in meno alla sanità per coprire il decreto carburanti

I conflitti in Medio Oriente e in Iran colpiscono innanzitutto civili e popolazioni fragili, mentre l’aumento dei combustibili e i tagli alla spesa pubblica aggravano le disuguaglianze. Tra riduzione degli aiuti internazionali, povertà sanitaria e ritardi nella transizione energetica, le scelte politiche rischiano di scaricare ancora una volta il costo della guerra sui più vulnerabili

Foto Calvarese/SIR

Non è una novità che siano le persone più povere e fragili a pagare il costo più alto della guerra e dell’instabilità. E anche in questo caso, con le guerre scatenate in Medio Oriente e in Iran non si può trovare nessuna eccezione. È importante però dire con chiarezza che questo esito non è il frutto di un incontrollabile destino, ma la conseguenza di scelte precise, sia per quanto riguarda lo scatenarsi dei conflitti armati, sia per quanto riguarda la costruzione delle condizioni che rendono le persone povere particolarmente fragili e vulnerabili.

Rispetto ai conflitti in corso, il primo pensiero non può che andare alle vittime civili, persone sempre più fragili, i veri ‘poveri globali’ del nostro tempo, che non hanno voce e posto nella storia, se non come ‘danni collaterali’, di cui ci si può dimenticare dopo un paio di telegiornali: pensiamo alle bambine e ai bambini della scuola di Minab, ad esempio. Pensiamo oggi all’Iran, ma dobbiamo richiamare anche quanto sta avvenendo nella striscia di Gaza e in Cisgiordania (in Sudan, in Ucraina…), attualmente fuori dall’attenzione più immediata a livello internazionale proprio in ragione della guerra in Iran; ma dove la situazione umanitaria e anche le fragilissime prospettive di pace rappresentano condizioni di grande e grave preoccupazione. L’instabilità attuale coincide poi con un momento di fortissime tensioni e riduzioni nei meccanismi di finanziamento globale della cooperazione allo sviluppo e nell’aiuto umanitario, che hanno già ridotto la possibilità di fare fronte alle sempre più numerose emergenze.

Impossibile non cogliere la corrispondenza tra chi ha tagliato in modo più significativo le risorse per l’aiuto globale, e chi ha scatenato gli ultimi conflitti: è come se le risorse tolte alla costruzione di un mondo di pace siano oggi direttamente utilizzate direttamente per fare la guerra.

Probabilmente bene al di là della considerazione di chi queste guerre ha scatenato, in particolare quella verso l’Iran, un prezzo da pagare è ben visibile anche a casa nostra: l’immediato aumento del prezzo dei combustibili fossili si traduce non solo in un aggravio diretto per i trasporti e le bollette; ma anche (con un effetto che ben abbiamo sperimentato in altre epoche della storia degli ultimi decenni) in un effetto di aumento del costo di tutti quei beni che hanno una componente energetica o di trasporto. Vale a dire direttamente o indirettamente praticamente ogni cosa che viene prodotta e consumata.

Ancora una volta il tentativo, comunque non facile, di contenere queste spinte all’aumento dei prezzi consiste in una misura ‘una tantum’. Al di là degli effetti che tale misura potrà portare, è necessario però vederne gli effetti di sistema, e di come l’investimento di bilancio pubblico necessario per un temporaneo sollievo nel costo dei carburanti non potranno che essere pagati da altre poste del bilancio pubblico:

solo il Ministero della Sanità ha visto una riduzione del proprio bilancio di 86 milioni di euro per coprire il costo dell’ultimo decreto carburanti.

Sono tagli che impatteranno direttamente e inesorabilmente proprio sulle persone più povere, in un contesto in cui la povertà sanitaria, le liste di attesa, e la rinuncia a cure anche necessarie sono un fenomeno sempre più presente e diffuso.

Occorre però pensare alle cause profonde di questa fragilità. Il contesto delle attuali guerre sul petrolio ci mostra in modo chiaro la cecità delle politiche di ‘ritardo climatico’: continuiamo ad estrarre e ad affidarci quel petrolio e quel gas che lasciano i poveri, e tutti noi, in balia degli umori dell’autocrate di turno e che mettono in pericolo il pianeta e le prospettive delle prossime generazioni. L’aumento della temperatura globale è causa sistemica di sempre nuove emergenze ambientali, che impattano in modo globale sempre sui poveri. I conflitti sempre più diffusi sembrano suggerire la necessità di costruire (ed usare…) sempre nuove armi; e queste stesse risorse vengono sottratte alla costruzione di un futuro di pace. Una politica di brevissimo termine vorrebbe convincerci che non ci possiamo permettere politiche per accompagnare in modo più veloce e deciso la transizione energetica e l’abbandono completo del fossile; ma l’unica cosa che non ci possiamo permettere è aspettare ancora nel prendere le misure necessarie per una giusta transizione.

*Caritas Italiana

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