Perugia: Iftar condiviso, segno di fraternità tra religioni mentre il mondo invoca la pace

In un tempo segnato da conflitti sempre più estesi e da una violenza che sembra non conoscere tregua - dal Medio Oriente, attraversato da una nuova e pericolosa escalation, fino a tante altre aree del pianeta - a Perugia si accende una luce diversa. Una luce fatta di volti, di relazioni, di gesti semplici. È quella dell’Iftar condiviso promosso dal Centro islamico culturale della città, iniziativa giunta al decimo anno e diventata ormai un appuntamento stabile di dialogo e incontro

In un tempo segnato da conflitti sempre più estesi e da una violenza che sembra non conoscere tregua – dal Medio Oriente, attraversato da una nuova e pericolosa escalation, fino a tante altre aree del pianeta – a Perugia si accende una luce diversa. Una luce fatta di volti, di relazioni, di gesti semplici.
È quella dell’Iftar condiviso promosso dal Centro islamico culturale della città, iniziativa giunta al decimo anno e diventata ormai un appuntamento stabile di dialogo e incontro. Un momento che nasce dalla tradizione islamica della rottura del digiuno del Ramadan, che si chiude proprio tra oggi e domani, ma che nel tempo ha assunto un significato più ampio: quello di un’esperienza comunitaria aperta a tutti, capace di coinvolgere credenti di diverse religioni, cittadini, istituzioni, associazioni.
Non è soltanto un evento conviviale. È, piuttosto, un gesto simbolico e concreto insieme, che parla di accoglienza, di riconoscimento reciproco, di fraternità possibile. “L’Iftar si passa in famiglia, e noi abbiamo voluto che questa famiglia crescesse”, racconta Maymouna Abdel Qader, mediatrice culturale e tra le promotrici dell’iniziativa. “Le differenze non ci allontanano, ci accomunano”.
Parole che trovano riscontro nelle immagini di una serata partecipata, dove si intrecciano lingue, culture, storie diverse. Attorno alla stessa tavola siedono famiglie musulmane, cittadini di altre fedi, rappresentanti del mondo religioso e istituzionale, come i sindaci di Perugia, Vittoria Ferdinandi, e di Assisi, Valter Stoppini. Tra loro anche la presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti. La troviamo nell’angolo dei tatuaggi all’hennè, secondo le tradizioni mediorientale e indiana, e ci sottolinea il valore di una comunità “che vive e lavora insieme e si adopera per la pace e la fraternità”, espressione concreta di una terra, quella umbra, chiamata alla pace da una vera e propria vocazione.
In questo intreccio di relazioni si inserisce anche un elemento spirituale profondo, che quest’anno ha assunto un significato particolare: la coincidenza tra il Ramadan islamico e la Quaresima cristiana. Due tempi diversi, ma accomunati da pratiche e orizzonti simili – il digiuno, la preghiera, la conversione del cuore – che richiamano credenti di tradizioni differenti a un cammino condiviso verso l’essenziale e verso l’altro.

Ma l’Iftar condiviso di Perugia è anche una storia che viene da lontano. È legato alla figura di Mohamed Abdel Qader, conosciuto anche come Abu Sumaya, imam per decenni della comunità islamica locale, tra i fondatori dell’Ucoii (Unione delle comunità islamiche in Italia) e protagonista instancabile del dialogo interreligioso in Italia. Uomo di fede e di relazione, scomparso prematuramente nel 2021, Abdel Qader ha costruito nel tempo ponti solidi tra mondi diversi, lasciando un’eredità che oggi continua a generare frutti.
A raccoglierla sono, da una parte, la sua famiglia – a cominciare dalla figlia Maymouna impegnata nel Centro islamico culturale – e dall’altra il nuovo imam della comunità, Mohamed Akherraz, chiamato di recente a guidare i fedeli musulmani in maniera stabile. Una continuità che non è solo istituzionale, ma soprattutto spirituale e culturale.
“Con le altre religioni non c’è differenza, siamo tutti uguali”, afferma Akherraz, richiamando il valore universale del rispetto. E, di fronte alle guerre che feriscono il mondo, invita a cambiare sguardo: “Guardiamo i bambini e le donne che muoiono, tutti quelli che non c’entrano in nulla”.
È una voce che si unisce a quella del mondo cristiano. “Qui si incontrano non solo le persone, si incontrano i cuori”, osserva Roberto Faraghini, delegato per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso sia della diocesi di Perugia-Città della Pieve sia – da poco – della Conferenza episcopale umbra. “In un momento in cui la guerra sembra avere l’ultima parola, noi tentiamo di dire una parola di pace”.
In un contesto globale segnato da paure e contrapposizioni, l’Iftar condiviso di Perugia si propone così come un piccolo segno, ma non per questo marginale. Un laboratorio di convivenza, un’esperienza che mostra come la fraternità non sia un’utopia, ma una possibilità concreta, costruita giorno dopo giorno.

 

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