“Ai miei amici cattolici, dico sempre: se Gesù era ebreo, allora anche voi siete chiamati a conoscere gli ebrei di oggi, non solo quelli presenti nella Bibbia. E non perché il popolo ebraico, in questo momento, sia vulnerabile ma perché tutti, a volte, abbiamo bisogno di amici. Oggi la comunità ebraica ha bisogno di amici”. A parlare è Rabbi Allyson Zacharoff, una rabbina donna di 35 anni. Vive a New York ed è la nuova Associate Director del AJC interreligious Affairs Department. Il sir l’ha intervistata a Roma dove è arrivata dopo aver partecipato ad un incontro interreligioso internazionale per i giovani che si è svolto a Torino, dal 6 all’8 marzo, presso l’Arsenale della Pace (Sermig). L’incontro – dal titolo “Giovani in dialogo. La fraternità come vincolo di pace” – è stato organizzato dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso, in collaborazione con il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. “Quello che apprezzo molto di questi incontri per giovani – dice la Rabbina – è che offrono una occasione fondamentale per acquisire competenze di dialogo. Non si tratta solo di parlare ma di esercitare abilità reali che poi, tornati nelle nostre comunità, possiamo mettere in pratica. L’obiettivo è permettere ai giovani di imparare a dialogare in modo autentico”.

Rabbi Allyson Zacharoff, Associate Director del AJC interreligious Affairs Department (Foto SIR)
Alcuni affermano che dopo il 7 ottobre il dialogo tra il popolo ebraico e la Chiesa cattolica sia cambiato completamente. Lei cosa pensa?
Non direi completamente. Direi piuttosto che per molti ebrei, è il mondo ad essere cambiato. E inevitabilmente il dialogo deve adattarsi a questo cambiamento. In realtà, la storia oggi non è cambiata dal nulla: odio e antisemitismo esistevano anche prima. Ora, semplicemente, li vediamo più chiaramente.
Non pensa che una parte del problema dell’antisemitismo di oggi sia legato a Israele e alle sue azioni non solo contro Gaza, ma in tutta la regione?
Nella storia c’è sempre stata una ragione — o meglio, una scusa — per odiare gli ebrei. Nel Medioevo, durante la peste nera, qualcuno notava che gli ebrei si ammalavano meno e allora venivano accusati di aver diffuso la peste. Negli anni ’30 si dava loro la colpa per la crisi economica. Oggi la “ragione” che molti usano è Israele. Ma non è la causa dell’antisemitismo: è la scusa che questa generazione utilizza per esprimerlo apertamente. Israele, come ogni Paese, è un luogo complesso. Fa molto bene, e ci sono cose che — come per qualunque nazione — vorremmo che fossero fatte diversamente.
Ma non è questo a generare l’antisemitismo. L’antisemitismo esisteva molto prima di Israele. Oggi, semplicemente, Israele diventa il pretesto per legittimarlo.
In che modo questo cambiamento ha influito sulla sua vita e sul popolo ebraico?
Posso parlare della mia esperienza personale. Non ho mai visto così tanto antisemitismo come dopo il 7 ottobre. Sono cresciuta in una zona di New York dove vivono molti ebrei, e credevo che l’antisemitismo fosse un problema superato. Poi, crescendo, ho iniziato a rendermi conto che esisteva ancora. Ma ora lo vedo costantemente: sui social media, nelle conversazioni quotidiane, persino in taxi. Lo incontro ovunque.
È come se le persone oggi si sentano più autorizzate a esprimere ciò che prima magari pensavano ma non dicevano.
Oggi si sentono legittimate a dirlo apertamente. Prima forse certe idee rimanevano a livello privato, ora vengono espresse senza filtri.
Come si sente quando viene attaccata da un linguaggio o da frasi antisemite?
Mi sento triste. Le statistiche ci dicono che, quando conosci una persona appartenente a una certa comunità, è molto meno probabile che provi odio verso l’intera comunità. Se conosci un ebreo, è difficile che tu possa odiare tutti gli ebrei. Vale lo stesso per i musulmani, per i cristiani, per chiunque. Commenti antisemiti mi feriscono. La prima cosa che mi viene da pensare è: “Vorrei poterti spiegare. Vorrei che tu mi facessi domande invece di giudicarmi. Potresti provare a parlarmi, invece di odiarmi senza sapere nulla di me”.
Ha paura di indossare la kippah?
La tolgo di proposito quando cammino per strada, che sia a New York, a Roma o in qualsiasi altro posto. Come ieri sera, l’ho indossato a un evento interreligioso e, per sicurezza, l’ho tolta quando sono tornata in hotel, per non rischiare di essere preso di mira. Che tristezza.
Come costruire un mondo migliore, libero dall’antisemitismo?
Abbiamo bisogno di persone coraggiose. Serve coraggio ma serve anche preparazione: dobbiamo aiutare le persone a conoscere l’ebraismo e a comprendere che cos’è davvero l’antisemitismo. Faccio un esempio di New York, da dove vengo: in metropolitana capita che qualcuno dica qualcosa di antisemita, qualcosa contro gli ebrei, o contro Israele. A volte qualcuno si alza e dice: “Non parlare così”. È rischioso farlo perché potresti essere aggredito o finire in una rissa.
Per questo dico che occorre coraggio e che abbiamo bisogno di sostegno. Non possiamo farcela da soli.
Anche a New York la situazione è peggiorata: proteste, scontri, aggressioni verbali e fisiche. Alcune attività commerciali israeliane hanno dovuto chiudere perché venivano prese di mira. È straziante in una città con così tanti ebrei.
Come le comunità religiose possono educare le persone a questo coraggio di dire: “No, non voglio essere un uomo o una donna di odio”?
Il cambiamento culturale è il più difficile, ma ci sono diverse cose da fare. Ad esempio, è fondamentale che le leadership, non solo cattoliche, siano ben preparata e realmente consapevoli di cosa sia l’antisemitismo e di come affrontarlo. Negli Stati Uniti, l’American Jewish Committee (AJC) ha pubblicato nel 2024 un documento dal titolo “Translate Hate”, un opuscolo che raccoglie vari termini antisemiti e spiega perché sono problematici. Nel 2024 con la USCCB (la Conferenza episcopale degli Stati Uniti) abbiamo realizzato “Translate Hate: Catholic Edition”, con commenti dei vescovi su alcune voci. E’ stata molto importante questa collaborazione.
Ha un messaggio da rivolgere alla Chiesa e alla società in Italia?
Qualunque sia la vostra fede — cattolica, ebraica o un’altra — spero che possiate guardare alla vostra tradizione religiosa come a una fonte di ispirazione. Penso che la religione — specialmente il cattolicesimo — possa essere una grande fonte di forza e coraggio. Il coraggio di stare al nostro fianco, non per salvarci, ma per camminare insieme, mano nella mano.

