Brasile: la dura vita sul fiume Purus tra garimperos, indigeni e seringueiros

Gabriele Lonardi è da 45 anni in Brasile come medico delle comunità indigene. “Vivere qui, dove tutto è più grande dell’uomo, è una lotta”. Etnie locali, cercatori d’oro, tagliatori di caucciù, deforestazione, inquinamento. E povertà. Eppure, si fa il possibile per dare una scuola ai più piccoli, curare le malattie e celebrare una messa. Nessuna prospettiva è giunta, per queste popolazioni, dalla Conferenza sul clima di Belèm

(Foto G. Lonardi)

Tutto il loro mondo è nella foresta, attraversata da una strada liquida circondata di vegetazione lussureggiante. Un fiume dell’Amazzonia brasiliana su cui si può navigare, se il livello dell’acqua lo consente, andando da una curva all’altra. “Abbiamo comunità nella decima, nella quindicesima, nella trentesima curva, per raggiungerle col battello serve almeno una decina di giorni. Il Purus nasce dalle Ande peruviane ed è un affluente del Rio delle Amazzoni, molto tortuoso, lungo il quale, nella regione della diocesi di Làbrea, vivono popolazioni indigene diversissime tra loro”, spiega a Popoli e Missione Gabriele Lonardi (nella foto), medico veronese, classe 1953, da 45 anni “in servizio” nell’Amazzonia brasiliana.

Malattie mortali. “Vivere qui, dove tutto è più grande dell’uomo, è una lotta, anche per il basso potenziale agricolo della foresta”, dice il medico, specializzato in malattie tropicali, dalla malaria alla tubercolosi, patologie molto diffuse tra le etnie locali dei Jamamadi, dei Jarawauara, dei Palmari, dei Banawa, degli Hi-Merimani, degli Apurinam e degli Yanomani. “Insieme ad alcune religiose ci occupiamo della loro salute per incarico del Consiglio missionario indigenista, soprattutto per vigilare sulle patologie ed eventuali emergenze – spiega il dottor Lonardi –, perché nonostante queste comunità siano molto isolate e vivano come migliaia di anni fa, si teme che contatti esterni portino malattie che potrebbero distruggere questi piccoli gruppi isolati. Quando andiamo a trovarli si nascondono, ma dato che ormai ci conoscono, hanno imparato ad accettarci”.

Lebbrosario spontaneo. Nella regione della prelazia di Làbrea, un territorio grande quasi quanto l’Italia, è ancora presente la lebbra. Racconta il medico veronese che “Làbrea dista da Manaus 900 chilometri per via aerea, ma attraverso il fiume i chilometri diventano 2300 a causa delle continue anse di questo corso d’acqua che serpeggia nella pianura amazzonica occidentale. In una si sono nascosti dei malati del morbo di Hansen fuggiti nella foresta per non essere individuati e portati nei lebbrosari. Così è nato un gruppo, praticamente un lebbrosario spontaneo, dove attualmente ci sono 3.300 persone che visitiamo regolarmente”.

Tagliatori di caucciù. Muoversi con il battello richiede molti giorni di viaggio, spiega proprio per la particolarità del fiume “dove giriamo e giriamo, e alla fine rivediamo le stesse piante dove siamo passati davanti ore prima. Con le secche o le piene è impossibile navigare, in alcune zone si creano dei laghi e il dislivello di acqua raggiunge i 26 metri, l’habitat cambia aspetto con le piogge, l’umidità e gli insetti favoriscono la diffusione di patologie come la leishmaniosi e la filariosi, che in quell’ambiente trovano un humus favorevole. Il periodo migliore è tra marzo e maggio, quando riusciamo a raggiungere anche le popolazioni dei bianchi lungo il fiume, i riberini, i seringueiros sbattuti nella foresta per fare i tagliatori di caucciù, in contrasto con gli indigeni che vivono nel territorio dell’interno, dove ci sono le pregiate noci del Brasile”.

(Foto Facebook G. Lonardi)

Lungo il fiume… Arrivato in Brasile nel 1980 dopo la laurea in medicina per specializzarsi in malattie tropicali con una Ong di Padova, Lonardi, vincitore del premio Cuore Amico nel 2020, lavora con un gruppo di Agostiniani della missione di Làbrea, insieme a cui visita anche le popolazioni bianche che vivono in foresta. Lungo il fiume ci sono delle cappelle che servono per fare l’ambulatorio, per la messa, la scuola e le riunioni. “Si fa prima scuola e catechismo dei bambini alla mattina, poi si dice ‘basta così. adesso comincia l’ambulatorio’, e a sera si celebra la messa. In questa regione così ampia le scuole sono fatiscenti, mancano insegnanti disposti a restare almeno un anno. Le nostre sono scuolette plurifunzionali, hanno una lavagna grande che si divide in cinque settori per i livelli diversi degli alunni”.

Oro e sfruttamento. La regione è anche terra di conquista dei garimperos che vanno nei territori per cercare l’oro nel fiume e “hanno insegnato agli indigeni a tagliare gli alberi per lasciare liberi dei percorsi – spiega il dottor Lonardi –. I garimperos sono gli unici che riescono ad atterrare con i loro piccoli aerei in queste piste nella foresta. In pratica da Bolsonaro a Lula, poco si è fatto concretamente per impedire l’estrattivismo e l’inquinamento che genera nel territorio”. Il dramma è che i cercatori d’oro usano gli indigeni come mano d’opera, portando in cambio cibo e generi di prima necessità con i loro elicotteri. “Gli indigeni, per mangiare devono alzarsi di mattina, prendere l’arco, andare in foresta e sperare di incontrare un caicitu, un cinghialetto, oppure un tapiro. È la fame che li costringe ad accettare un lavoro che distrugge la salute loro e dell’ambiente in cui vivono”.

*Popoli e Missione

 

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