Il “cammino” di Checco Zalone

“Buen camino”, come il precedente “Quo vado?”, si inserisce nella tradizione della grande comicità italiana, quella di Totò e di Alberto Sordi, ma anche, secondo alcuni, di un vero mostro sacro come Charlie Chaplin. Perché Zalone opera un’intelligente parodia della nostra società e dei suoi sottoprodotti culturali

(Foto Ufficio stampa)

Ancora una volta Checco Zalone si aggiudica al cinema un successo travolgente. Dalla sua uscita il giorno di Natale ad oggi, “Buen camino” è saldamente in testa alle classifiche del botteghino e ha conquistato la palma del film italiano con il maggiore incasso di sempre (quasi 70 milioni di euro di biglietti venduti). E anche se questo non significa che sia il film più visto (perché nel tempo ad aumentare è inesorabilmente pure il costo dell’ingresso in sala) è comunque notevole il fatto che nel 2026, in tempi sempre più caratterizzati da fruizioni multimediali domestiche e individuali, Zalone abbia fatto uscire di casa e portato al cinema oltre 8 milioni di italiani (con “Quo vado?” nel 2016, in epoca pre Covid e di minor diffusione di piattaforme streaming, il comico pugliese aveva sfiorato i dieci milioni di spettatori).

Persone di tutte le età, dalle famiglie con bambini ai nonni, dagli adolescenti agli adulti, nelle grandi multisale come nelle nostre sale di comunità di periferia e di provincia, si sono messi in fila riscoprendo il rito e il piacere della visione condivisa. Un fenomeno forse piccolo, ma che, in un contesto di crisi generalizzata della “partecipazione” (religiosa, sociale, politica…) non può non interrogare e suscitare qualche riflessione.

La prima e forse più scontata è che

la gente ha evidentemente un gran bisogno di ridere.

Davanti ai tanti mali che affliggono il mondo, alle preoccupazioni che incombono sull’umanità, alle svariate notizie negative che ogni giorno ci raggiungono e alla fatica di vivere che ognuno quotidianamente sperimenta, 90 minuti di risate e leggerezza sono un vero toccasana per la mente, un “antidolorifico naturale”, e non solo per l’anima. Ridere, è dimostrato da numerosi studi medici, fa bene anche al corpo.
Ma attenzione, Zalone non è un diversivo rispetto ai mali della vita, un’arma di distrazione di massa al modo del divertissement di Pascal o delle innumerevoli e diversificate droghe con cui oggi molti cercano una fuga anestetizzante dalla realtà.

La sua comicità è semplice, ma mai superficiale e raramente volgare.

Niente a che vedere con i grossolani e deprimenti cinepanettoni propinati per anni al pubblico italiano dai fratelli Vanzina (con un Massimo Boldi che anche superati gli 80 anni non si smentisce e riesce a farsi togliere dalle mani la fiaccola olimpica per una battuta ancora una volta sboccata e fuori luogo).
“Buen camino”, come il precedente “Quo vado?”, si inserisce piuttosto nella tradizione della grande comicità italiana, quella di Totò e di Alberto Sordi, ma anche, secondo alcuni, di un vero mostro sacro come Charlie Chaplin.

Perché Zalone opera un’intelligente parodia della nostra società e dei suoi sottoprodotti culturali. Una comicità che, attraverso battute a volte volutamente becere, colpisce e mette a nudo vizi e pregiudizi dell’italiano medio, ritrovando, però, anche il bene nascosto e ancora possibile, i valori sopiti, gli ideali accantonati, i buoni sentimenti. E al pubblico, in cerca di autenticità e di speranza, tutto questo piace, con buona pace di certi critici cinematografici intellettualoidi o dell’estetismo autocompiaciuto e decadente di Paolo Sorrentino.

“Buen camino” racconta con leggerezza la storia di rinascita di una ragazza in cerca di senso per la propria vita, ma che diventa possibilità di cambiamento anche per suo padre e per il loro rapporto. Il tutto macinando chilometri a piedi verso Santiago di Compostela, spogliandosi progressivamente di quanto è esteriore, in un racconto che pur toccando corde sempre più profonde, non perde mai la sua levità, risolvendo ogni apice emotivo in una battuta esilarante.
Non ci sono moralismi in Zalone, ma solo uno sguardo realistico, ma benevolo sull’umanità di oggi, capace perfino di aprirsi al trascendente e di mostrare preti e suore con i loro difetti, ma credibili perché innamorati di Gesù. Guardando Zalone ci ritroviamo tutti un po’ adolescenti, tutti un po’ adulti in crisi di mezza età (magari con la prostata infiammata…), ma capiamo che l’importante è rimettersi sempre in cammino e, soprattutto, avere una meta da raggiugere.

 

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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