Robot e astronauti

Si vuole educare i ragazzi, anche attraverso il gioco, all’idea che armi ed eserciti siano necessari al mantenimento della pace, normalizzando l’idea che l’uso della forza sia l’unica strada percorribile e fondando così il rapporto tra i popoli, anziché sulla fiducia, il dialogo diplomatico, la giustizia e il diritto internazionale, sulla paura e sul dominio della forza

(Foto: AFP/SIR)

Filippo ha 6 anni. La mattina di Natale sotto l’albero ha trovato un bellissimo robot dai colori scintillanti. Assomiglia molto ai Transformers, quei personaggi modulari con cui negli ultimi quarant’anni hanno giocato generazioni di ragazzi, trasformando anonime automobiline in robot antropomorfi dotati delle più avanzate tecnologie. Mamma e papà rimangono, però, in questo caso un po’ perplessi. Difficile pensare che quel dono lo abbia portato Gesù Bambino. I cinque camioncini che compongono il robot sono infatti dotati di cannoni, mitragliatrici, radar e potentissimi raggi laser.
Certo tutti noi da bambini abbiamo giocato alla guerra e molti psicologi sostengono che questo possa anche far bene per imparare a gestire la propria aggressività. Ma il giocattolo in questione ha un nome inquietante, si chiama infatti “Peace defender robot” (Robot difensore della pace). E allora viene da pensare che il Vaticano abbia davvero dei servizi segreti potentissimi.
Nel suo messaggio per la recente Giornata mondiale della pace, Papa Leone oltre a denunciare il diffondersi di scelte politiche basate sulla sciagurata convinzione che la pace possa essere mantenuta solo attraverso la deterrenza (cioè armandosi fino ai denti), ha anche parlato di un preoccupante “riallineamento delle politiche educative” che, anziché conservare la consapevolezza maturata nel Novecento (al prezzo di milioni di morti), “diffondono oggi una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”. Cioè, detto in altri termini,

si vuole educare i ragazzi, anche attraverso il gioco, all’idea che armi ed eserciti siano necessari al mantenimento della pace, normalizzando l’idea che l’uso della forza sia l’unica strada percorribile e fondando così il rapporto tra i popoli, anziché sulla fiducia, il dialogo diplomatico, la giustizia e il diritto internazionale, sulla paura e sul dominio della forza.

Tutte riflessioni che purtroppo hanno trovato una conferma nell’operazione speciale compiuta nei giorni scorsi dagli Stati Uniti in Venezuela. Un blitz che se da un lato può anche rallegrare, visti i disastri e i crimini contro l’umanità compiuti dal presidente dittatore Maduro, dall’altro cala pesanti ombre e pone interrogativi molto seri sul tipo di mondo verso cui stiamo, forse senza nemmeno ben rendercene conto, pericolosamente scivolando. Anche perché è difficile negare che la motivazione prima di tutta l’operazione non siano né la lotta al narcotraffico né la difesa della democrazia, ma il controllo degli enormi giacimenti petroliferi del Venezuela. Controllo che ora non solo arricchirà gli Stati Uniti, ma – cosa forse ancor più importante a livello geopolitico mondiale – causerà un danno all’economia cinese (a cui Caracas vendeva l’80 % del greggio estratto nei propri confini) e al potere della Russia.
Ma tornando ai regali di Natale ricevuti dai bambini, pare che il piccolo Filippo sotto l’albero abbia trovato anche una bella astronave. E allora vengono in mente le parole dell’astronauta statunitense Ron Garan che, dopo aver trascorso 178 giorni nella stazione aereospaziale internazionale, nel 2015 scrisse un bel libro, purtroppo non ancora tradotto in italiano, proponendo una nuova visione della Terra e dell’umanità, visione da lui definita “prospettiva orbitale”.
Dall’orbita – scrive Garan – la Terra non appare come un insieme di Paesi, confini e interessi contrapposti. Appare invece come un’unica sfera blu, luminosa, sospesa nel buio del cosmo. Fragile e bellissima. Da quella prospettiva i conflitti umani si rimpiccioliscono all’improvviso, mentre i legami che uniscono gli esseri umani appaiono non solo inevitabili, ma necessari e vitali. Se l’economia sulla Terra spesso è al vertice delle priorità, dallo spazio si capisce che l’ordine corretto delle cose è invece prima la tutela del pianeta, poi la crescita della società e solo infine l’economia. Perché senza un pianeta non possono esistere né una società né un’economia.
La Terra, nella visione di Garan, è una grande astronave che trasporta miliardi di membri dell’equipaggio in cui tutti dovrebbero sentirsi corresponsabili nel mantenere il sistema funzionante. Gli esseri umani invece molte volte si comportano purtroppo da “passeggeri irresponsabili” che pare vogliano insensatamente fare di tutto per distruggere il pianeta che rende possibile la loro sopravvivenza. “Vedere la Terra dallo spazio non ti fa sentire piccolo – conclude l’astronauta americano – ma immensamente responsabile e solidale”.

 

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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