Il rigurgito degli imperialismi

Quando non si rispetta il diritto internazionale e l’autonomia dei popoli, può succedere che tutto venga giustificato, anche invasioni o pesanti intromissioni, da parte di chi detiene più potere militare ed economico. Da questo punto di vista riteniamo che, nonostante le difficoltà e le ambiguità in cui si dibatte, l’Unione europea rimanga ancora l’unico faro di vera democrazia, di rispetto del diritto, di attenzione ai più deboli e di pace

(Foto ANSA/SIR)

Sabato scorso, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha disposto un’altra delle sue operazioni militari, per defenestrare e sequestrare il presidente-dittatore venezuelano, Nicolás Maduro, e la moglie, portandoli in una prigione di Brooklyn, in attesa del processo nel quale dovranno rispondere di cospirazione per narcotraffico e terrorismo. La faccenda la si può mettere come si vuole, o conviene ideologicamente, ma si è trattato, in violazione del diritto internazionale e del principio dell’autodeterminazione dei popoli, dell’aggressione a uno Stato sovrano.

Le accuse, mosse da Trump, di minacciare la sicurezza nazionale sono risibili. Sullo sfondo, c’è molto di più: gli enormi giacimenti petroliferi e le riserve di minerali “critici”, come il coltan o il cobalto e, non ultimo, il controllo del Continente attraverso Governi “amici”.

La dottrina interventista
Nella politica estera degli Usa vige sempre la “dottrina Monroe”, enunciata nel 1823 dal presidente James, con la quale si rivendica la supremazia e l’influenza degli Stati Uniti sull’intero Continente americano, rafforzata successivamente dal “corollario Roosevelt” del 1904, che sancisce il diritto degli Stati Uniti di poter intervenire anche militarmente. In base a tale principio giuridico-politico viene, così, giustificato ogni intervento, anche solo “preventivo”, mirante alla “difesa” da quei Paesi che potrebbero turbare l’ordine regionale e la sicurezza degli Stati Uniti. Praticamente, una porta d’accesso all’egemonia statunitense nell’America latina.
Anche Trump, con il suo blitz-invasione del Venezuela, per altro senza aver coinvolto il Congresso, ha applicato tale discutibile principio. È noto, infatti, che,

nel tempo, varie Amministrazioni americane hanno cercato, più volte, di controllare il Continente latinoamericano, favorendo attraverso la Cia, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, colpi di stato e azioni destabilizzanti al fine di installare regimi anticomunisti. Basti pensare solamente alla crisi di Cuba, nel 1962, per impedire (giustamente) che l’Unione sovietica installasse i missili alle porte della Florida o, nel 1973, a quella del Cile di Salvator Allende, o ancora, a quelle devastanti, in America centrale, soprattutto in Guatemala e in Nicaragua.

Ampliamenti indebiti
Purtroppo, a partire dall’attentato alle torri gemelle dell’11 dicembre 2001 (ma già molto prima, negli anni 1955-1975, in Vietnam) gli Stati Uniti, sempre in nome della “sicurezza nazionale” e con il supporto di altri Paesi, hanno applicato tale dottrina anche al di fuori del Continente americano, con l’intento di distruggere le centrali del terrorismo, fermare l’avanzata islamista e comunista, esportare la democrazia e, dulcis in fundo, mettere le mani sul petrolio. Gli esiti, purtroppo, sono stati modesti e, a volte, fallimentari. Basti pensare al Vietnam, all’invasione dell’Iraq nel 2003, all’occupazione dell’Afghanistan (2001-2021), alla destabilizzazione della Libia, della Siria e, di recente, dell’Iran.

Il rischio è che non vada molto meglio in Venezuela. È facile che subentri una sorta di “scenario libico” per il Paese, con una grande instabilità politica e conflitti tra guerriglie e gruppi rivali.

Tutto questo, però, non impedirà alle major petrolifere e minerarie Usa di prosperare nei loro affari, anche soprassedendo a ogni vincolo ambientale (il Venezuela è considerato uno dei Paesi con la maggiore diversità ecologica nel mondo).

La spartizione del mondo

L’invasione del Venezuela, anche se ci ha molto turbato, non ci ha sorpreso affatto, perché questa è, purtroppo, la logica che guida gli imperi moderni come Stati Uniti, Federazione russa e Cina, per la spartizione del mondo.

Non ci sorprenderebbe, pertanto, se, al vertice in Alaska del 15 agosto 2025, Trump e Vladimir Putin, oltre a parlare dell’Ucraina e accordarsi su quanto e quando “abbaiare”, non avessero cercato anche di definire le rispettive aree di influenza e di supremazia. In fondo, Putin, per motivi strategici e politici, sta applicando verso alcuni Paesi dell’ex Unione sovietica, la dottrina Monroe. D’altra parte, perché non potrebbe anch’egli dotarsi di una vasta zona di “sicurezza” comprendente Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Georgia e gli “ex amici” delle Repubbliche baltiche, finiti ora con i “nemici” della Nato? E perché la Cina non potrebbe sentirsi autorizzata a invadere la “sua” Taiwan e occupare o condizionare parte degli arcipelaghi dell’Indo-Pacifico? Purtroppo,

quando non si rispetta il diritto internazionale e l’autonomia dei popoli, può succedere che tutto venga giustificato, anche invasioni o pesanti intromissioni, da parte di chi detiene più potere militare ed economico.

Da questo punto di vista riteniamo che, nonostante le difficoltà e le ambiguità in cui si dibatte, l’Unione europea rimanga ancora l’unico faro di vera democrazia, di rispetto del diritto, di attenzione ai più deboli e di pace.

E ora, a chi toccherà?
Dopo questo abuso di forza c’è da domandarsi a chi toccherà la prossima volta. Forse alla Groenlandia che Trump ritiene “indispensabile per la nostra difesa” (e per gli affari)? Forse Cuba, una vecchia spina nel fianco per gli Usa (“vogliamo aiutare quelle persone”!) e, a seguire, Panama per il canale, Colombia e Messico dove risiedono i più potenti cartelli della droga, ecc?
Purtroppo, temiamo che il Venezuela si trasformi per Trump in un’altra palude nella quale sarà faticoso districarsi. Forse egli non è stato edotto a sufficienza sul fatto che i popoli latinoamericani sono maestri nella guerriglia (già da tempo, in Venezuela, sono presenti quelle colombiane) e che un eventuale “Governo fantoccio” farà fatica a trovare il consenso del popolo. Essere un imprenditore scaltro, seppur di successo, non comporta necessariamente essere anche un politico saggio e avveduto.

Parole chiare
In questo drammatico frangente alcuni premier europei, per non indispettire troppo Trump, si sono limitati a dichiarazioni soft o ambigue. Noi preferiamo le chiare e inequivocabili parole che Papa Leone ha proferito all’Angelus di domenica scorsa: “Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese e assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione”.

 

(*) direttore de “La Vita del Popolo” (Treviso)

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