Palantir, la società che sviluppa piattaforme di analisi dei dati avanzate per governi e grandi organizzazioni, ha battuto un colpo sui social con un post che riassume la sua dottrina, rifacendosi al saggio “The Technological Republic” del discusso e discutibile Alexander Karp, suo co-fondatore e ceo. Un post che sta generando diverse reazioni e che ci permette di fare alcune considerazioni su temi cruciali. Se alcune prese di posizione sono lucide e condivisibili, tuttavia l’intero impianto è inaccettabile. I due presupposti di fondo sono un’alleanza stretta tra Stato e industria tecnologica per affrontare le sfide globali e un umano che conta solo perché è parte di qualcosa di più grande, e quel qualcosa prevale quando la sopravvivenza entra in gioco.
Because we get asked a lot.
The Technological Republic, in brief.
1. Silicon Valley owes a moral debt to the country that made its rise possible. The engineering elite of Silicon Valley has an affirmative obligation to participate in the defense of the nation.
2. We must rebel…
— Palantir (@PalantirTech) April 18, 2026
Il paradigma Palantir tende a identificare il bene comune con sicurezza e superiorità tecnologica. Per la Dottrina sociale della Chiesa il bene comune è invece “l’insieme delle condizioni che permettono alla persona di realizzarsi integralmente”, non coincide con il controllo, né tantomeno con la deterrenza militare. Qui invece emerge un’antropologia funzionalista, in cui la persona diventa oggetto di calcolo e non certo soggetto di dignità. L’uomo è valorizzato solo come agente di sistema, ingegnere, soldato, cittadino mobilitato. Questo entra in tensione con l’idea cristiana di persona come fine, non mezzo, amata e redenta verso un compimento.
Il modello propone poi una forte integrazione tra Stato, big tech e apparati militari. È forse uno degli elementi più problematici di tutta la visione, di cui vediamo concretamente l’avverarsi negli scenari di guerra attuali: la legittimazione della costruzione inevitabile di armi basate su IA. La logica realista è che le armi saranno costruite comunque, trasformando però un dato reale nell’unico criterio morale. La pace per Palantir deriva dalla paura del nemico e la sicurezza è garantita dalla superiorità tecnologica. Non c’è spazio per giustizia, dialogo o fraternità. L’equazione implicita “decadenza o crescita” tradisce una visione riduttiva dello sviluppo, distante anni luce da quella di “sviluppo umano integrale”.
Interessante è invece la critica alla “tirannia delle app”, che intercetta una questione reale: la riduzione dell’immaginazione e della libertà umana dentro ecosistemi tecnologici chiusi. Tuttavia, manca una riflessione più profonda sulla relazione tra uso degli strumenti e formazione della coscienza. La domanda che la Chiesa porrebbe non è come usare meglio la tecnologia per vincere, ma quale tipo di essere umano stiamo generando usando questa tecnologia.
In sintesi, la visione di Palantir coglie correttamente alcune crisi contemporanee, tecnologia, fragilità politica, perdita di senso, ma le interpreta dentro una logica di realismo strategico e tecnocratico. La storia delle mezze verità del serpente antico. Questo tipo di cultura, in definitiva, è un riduzionismo antropologico, persona subordinata a sistema e sicurezza, che legittima la corsa agli armamenti in vista di un nazionalismo tecnologico, assumendo l’economicismo come criterio di valore. Alcune convergenze reali però ci sono: la critica della superficialità digitale, la difesa dello spazio pubblico della religione, il riconoscimento della fragilità umana nella politica. Ma non bastano, alla luce dei presupposti evidenziati.
Tuttavia, il vero paradosso di tutto questo è che io ho scritto questo pezzo e tu lo hai letto. E Palantir lo sa. Questo, prima di tutto, dovrebbe farci riflettere. E agire prima o poi, anzi prima che sia poi. Il serpente non aspetta.

