Striscia di Gaza: Kahlout (giornalista), “senza luce e internet, così informiamo il mondo da Gaza”

Safwat Kahlout, giornalista palestinese di Gaza, racconta al Sir la sfida di fare informazione nel pieno del conflitto, tra la necessità di proteggere la propria famiglia e il dovere di testimoniare. Il ricordo delle centinaia di colleghi uccisi nella Striscia. Critico verso l’Occidente sul tema della libertà di stampa, ribadisce l’urgenza di sostenere concretamente i giornalisti sul campo. Dopo essere riuscito a portare in salvo la famiglia, Kahlout chiede di tornare a Gaza, definendo il giornalismo una “missione sacra”.

a dx Safwat Kahlout (Foto Cabri/Sir)

“Ho fatto richiesta di rientrare a Gaza perché non c’è alcun posto nel mondo come la propria Patria. E la mia Patria ha bisogno dei suoi figli”. Safwat Kahlout è un giornalista palestinese di Gaza: nel suo Paese ha lavorato a lungo per alcune delle principali testate internazionali – tra cui New York Times, Guardian, Bbc, Rai, Ansa – e nel 2010 è entrato nella redazione di Al Jazeera seguendo tutti i conflitti che si sono susseguiti nella Striscia da allora. Nell’aprile del 2024, a causa dell’aggravarsi del conflitto, Safwat è riuscito a lasciare Gaza attraverso il valico di Rafah insieme alla moglie e ai sette figli, per mettere in salvo la sua famiglia. Ora, però, ha chiesto di potere tornare là, come spiega nell’intervista rilasciata al Sir a margine della sua partecipazione a Carpi (Modena), lo scorso 10 aprile, dove nell’ex Campo di concentramento di Fossoli, alla seconda edizione del “Premio Odoardo Focherini per la libertà di stampa”, promosso tra gli altri anch dal settimanale diocesano “Notizie”. Per l’occasione ha dialogato con il presidente del Comitato scientifico della Fondazione Fossoli, Emanuele Fiano, sul tema “Libertà di stampa in un conflitto. Il caso di Gaza e il sacrificio degli operatori dell’informazione”.

(Foto AFP/SIR)

Vivere e lavorare a Gaza. Qual è la sfida più grande per un giornalista che cerca di informare il mondo da dentro al conflitto?
È una sfida enorme. Da una parte c’è la tua famiglia, cui devi garantire la sopravvivenza minima, e come marito, padre, corri tutto il giorno per trovare cibo, acqua, medicine, un posto sicuro. Dall’altra parte c’è il lavoro. Gli israeliani creano molti ostacoli, chiudono i valichi per non fare entrare a Gaza i giornalisti stranieri: per questo, tutto il “peso” dell’informazione è rimasto sulle spalle di noi reporter palestinesi. Dunque, una sfida grandissima che però abbiamo accettato come dovere nazionale di raccontare a tutto il mondo quello che sta accadendo a Gaza. Gli israeliani impediscono che arrivi la corrente elettrica, quindi, non abbiamo né internet né le attrezzature necessarie, come computer, telecamere, anche le penne per scrivere. Ci siamo ingegnati per fare comunque il nostro lavoro e informare su quello che accade a Gaza. Sono quasi 300 i giornalisti morti durante questa guerra.

Si può ancora parlare di libertà di stampa in una guerra come quella di Gaza?
Dipende: dentro Gaza c’è libertà di stampa. In Occidente non credo. Credevamo ci fosse, poi, da quando è scoppiata la guerra, abbiamo scoperto che tutti quei valori, democrazia, libertà di stampa, diritti umani erano una ‘grande bugia’ per servire interessi politici. Quando si parla dei palestinesi in tanti cambiano, hanno paura. Ci sono interessi per non raccontare quello che sta accadendo a Gaza. Per l’esercito israeliano vige il ‘double standard’ che non permette ai palestinesi di esprimere, dichiarare, dire quello che vogliono o lavorare come vogliono. Ma abbiamo trovato mezzi alternativi per superare questi ostacoli e continuare ad informare.

A livello internazionale non vedo il coraggio e la volontà di raccontare la verità e la sofferenza dei palestinesi, o almeno la maggioranza non ha avuto questo coraggio.

Quanto pesano la chiusura dei confini e il blocco delle comunicazioni sulla possibilità di verificare i fatti, le fonti, e anche di contrastare la disinformazione e la propaganda?
Un giornalista palestinese paga con la sua stessa vita, con il sacrificio suo e della sua famiglia, il raccontare quello che sta accadendo. Il mondo deve sapere ciò che accade a Gaza. Occorre sostenere il lavoro dei giornalisti palestinesi che sono a Gaza mandando telecamere, attrezzature, chiedere di ripristinare internet e fare giungere altri tipi di aiuti. E soprattutto, a livello internazionale, si dovrebbe fare pressione sul governo israeliano per far entrare i giornalisti esteri.

Cosa significa continuare a lavorare ‘sul campo’ a Gaza, anche a costo della propria vita?
Il giornalismo a Gaza non è solo una professione ma per noi è una missione sacra, un dovere nazionale: noi i giornalisti palestinesi pensiamo di essere come un ‘esercito di informatori’ il cui compito è aiutare gli altri a capire quello che sta accadendo. È molto doloroso perdere parenti, figli, la nostra stessa vita, ma non abbiamo alternative. Ricordo il nostro capo ufficio a Gaza, Wael Al-Dahdouh di Al Jazeera: ha perso la famiglia, ha capito che questo era un messaggio dall’esercito di occupazione israeliana, sapeva che era una sfida per lui, l’ha accettata, ha portato il microfono con la mano sinistra perché era stato ferito al braccio destro, ha continuato il lavoro ed è andato in diretta dal cimitero, con le lacrime e nonostante il dolore.

C’è una storia, un volto, che per lei rappresenta più di altri il prezzo pagato per fare informazione?
Ci sono tante storie dolorose, che non ci abbandonano. Mi ricordo quando siamo entrati in una tenda perché gli ospedali erano pienissimi: a terra tanti sacchi bianchi dentro ai quali c’erano intere famiglie, dai nonni ai nipoti, completamente cancellate. Alcuni colleghi, mentre facevano le riprese, hanno trovato i loro parenti sotto le macerie, e poi l’immagine dei bambini che arrivavano a pezzi negli ospedali.

Lei ha fatto richiesta di tornare a Gaza: perché?
Voglio tornare perché non c’è alcun posto nel mondo come la propria Patria. Ho fatto richiesta a a ottobre scorso e sto ancora aspettando. Fanno entrare al massimo 50 palestinesi alla volta e ci sono decine di migliaia di persone che vogliono rientrare a Gaza.

La patria è la mamma, anche se è ferita e malata. Gaza per curare la sua anima ha bisogno dei suoi figli.

Ha parlato di figli: lei e sua moglie ne avete sette. Da Gaza all’Italia: come percepiscono il concetto di libertà?
Quando siamo arrivati in Italia, l’idea di potere prendere tranquillamente il treno da Terni per Padova, senza chiedere il permesso o il visto o senza dover superare i posti di blocco israeliani in cui ti toccano tutto e ti svestono, è stata una sorpresa bellissima. Mi chiedono perché, a Gaza, non sia possibile tutto questo, ed è difficile da spiegare che i palestinesi dal 1948 stanno pagando un prezzo enorme, molto costoso per questa libertà che non hanno ancora ottenuto.

C’è un appello che vorrebbe fare ai giornalisti italiani e occidentali?
I colleghi di Gaza hanno bisogno di voi. Non basta però solo raccontare quello che sta accadendo, ma servono gesti concreti. Dovete costruire un ‘corpo’ per chiedere la protezione dei vostri colleghi, che da più di due anni stanno continuando a mandare notizie con il minimo di attrezzature, aiutare quelli feriti che non possono uscire da Gaza per essere curati. Questo è il momento della ‘simpatia vera’ e di fare dei passi concreti per proteggere e aiutare chi è rimasto vivo.

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