Demenza e migranti anziani, in Italia cure a ostacoli: pochi mediatori e servizi non adeguati

Il progetto Immidem dell’Istituto superiore di sanità evidenzia criticità nell’accesso alle cure per gli over 60 stranieri con disturbi cognitivi: su 590mila, circa 45mila convivono con demenza. Barriere linguistiche, carenza di mediatori culturali e sottodiagnosi rendono urgente un approccio multidisciplinare e politiche sanitarie più inclusive

Foto Calvarese/SIR

I più fragili fra i fragili. Gli stranieri sopra i 60 anni, residenti in Italia e affetti da disturbi cognitivi, sono costretti ad affrontare numerosi ostacoli per accedere a cure e percorsi diagnostici. La loro popolazione è cresciuta e si stima che su 590mila persone, circa 45mila convivano oggi con la demenza. Al fenomeno si dedicano i ricercatori del progetto Immidem, coordinato dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e avviato con il finanziamento del ministero della Salute nell’ambito dei fondi della ricerca finalizzata del 2016. I dati emersi dal lavoro portato avanti mostrano un uso disomogeneo dei servizi e la frequente interruzione dei percorsi di cura per le persone straniere affette da demenza. Secondo una survey nazionale, condotta su 343 Centri per disturbi cognitivi e demenze (Cdcd) nel 2019, si stima che oltre 4.500 migranti siano stati presi in carico dai servizi specialistici, ma con risorse ancora insufficienti. Solo il 6,7% dei Centri infatti dispone di materiale informativo multilingue, il 10,5% offre interpreti professionali e il 37,3% può contare sulla presenza di un mediatore culturale. Un’altra analisi, condotta in 18 Centri che ha coinvolto 823 pazienti, quasi la metà dei quali con una storia migratoria, ha mostrato come le persone risultino mediamente più giovani al momento della valutazione (73,0 vs 78,5 anni), presentino una maggiore vulnerabilità linguistica (bassa competenza in italiano nel 21,9% dei casi) e reti familiari più fragili, pur avendo una complessità clinica sovrapponibile a quella dei pazienti italiani.

Il lavoro compiuto dai ricercatori ha messo in luce in questi anni l’esigenza di adottare un approccio multidisciplinare per gestire i pazienti. “Un approccio multisettoriale è fondamentale per comprendere i complessi bisogni di salute dei migranti con demenza, individuare le barriere che queste persone e i loro caregiver incontrano nell’accesso alle risorse sociosanitarie e sviluppare politiche culturalmente appropriate”, spiega Marco Canevelli, docente del dipartimento di Neuroscienze Umane della Sapienza Università di Roma. “In questa prospettiva, istituzioni governative, agenzie di sanità pubblica, mondo accademico, operatori sanitari, organizzazioni non governative attive in ambito umanitario e associazioni di pazienti rappresentano interlocutori essenziali per sviluppare strategie collaborative realmente inclusive”.

Come per il resto della popolazione anziana in Italia, la crescita costante dell’incidenza delle demenze in quella straniera è un dato ineluttabile. “A causa dell’invecchiamento progressivo della popolazione – osserva il professor Canevelli –, un numero crescente di migranti, così come di persone native, è e sarà esposto al rischio di sviluppare malattie croniche correlate all’età e già oggi convive con demenza e altri disturbi cognitivi”.

“Questa transizione demografica ed epidemiologica non è un fenomeno transitorio, ma rappresenta e rappresenterà una sfida permanente e strutturale per il nostro Servizio sanitario. I dati raccolti dal progetto Immidem hanno confermato che le demenze tra i migranti sono in netto aumento nel nostro Paese e hanno inoltre documentato una più frequente insorgenza di casi anche in età presenile”.

Centrale, è anche il contributo dei mediatori culturali, essenziali per una valutazione accurata e culturalmente appropriata. Il progetto Immidem ha curato la traduzione e l’adattamento in italiano di strumenti per la valutazione cognitiva. “La survey dei Centri per i disturbi cognitivi e le demenze (Cdcd) condotta nell’ambito del progetto Immidem ha evidenziato importanti criticità nei servizi, quali la scarsa presenza e la difficoltà nel ricorrere a interpreti professionali e mediatori culturali, lo scarso impiego di strumenti di valutazione cognitiva cross-culturale, la mancanza di materiale informativo sulle demenze tradotto in altre lingue, la limitata esperienza e competenza degli operatori sul tema della demenza nelle persone culturalmente e linguisticamente diverse. Queste carenze devono rappresentare l’oggetto di politiche sanitarie mirate”.

I ricercatori non sottovalutano un altro aspetto: la sottodiagnosi del fenomeno. La causa è “riconducibile a barriere linguistiche e culturali e a carenze strutturali che precludono o ritardano l’accesso ai servizi sociosanitari”, conferma Canevelli. Per far uscire dall’ombra i casi “è fondamentale condurre attività di sensibilizzazione – suggerisce – per aumentare i livelli di consapevolezza ed alfabetizzazione sanitaria sul tema della demenza e combattere lo stigma”.

“È inoltre cruciale investire sulla formazione del personale sociosanitario e sull’adozione di strumenti di valutazione cross-culturali per implementare percorsi diagnostici e assistenziali sensibili alle diversità culturali”.

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