Pace da invocare

Un appello universale alla preghiera da Leone XIV, tra guerre in corso e speranza di riconciliazione globale

(Foto Vatican Media/SIR)

Questo sabato 11 aprile siamo tutti invitati ad unirci alla preghiera del papa per la pace – chi può anche recandosi nella basilica di San Pietro, ma tutti noi personalmente e nelle nostre comunità, in modo speciale alle messe di questo fine settimana, invocando la Divina Misericordia sull’umanità afflitta. L’invito si allarga anche a chi non sa o non può o non vuole pregare, ma porta nel cuore un profondo bisogno e desiderio di pace, cioè proprio tutti, osiamo sperare anche coloro che continuano a riporre nella forza delle armi la risoluzione dei conflitti perché anche per loro una vera pace sarà sicuramente un bene! Purtroppo – e appunto per questo la preghiera si fa più urgente e più corale e l’implorazione più universale – le cronache quotidiane non ci prospettano nulla di buono con gli ultimatum e le minacce, con l’imperversare delle bombe, di missili e di droni nei due teatri di guerra più vicini a noi, in Ucraina e nel Medio Oriente, e in tantissimi altri luoghi del mondo, in particolare nell’Africa tormentata da contese infinite, alimentate da quanti vogliono sfruttarne le risorse senza alcun riguardo alle popolazioni e ad un minimo di giustizia. Proprio in Africa il papa si recherà personalmente, messaggero di pace e di giustizia, nei prossimi undici giorni – dal 13 al 23 aprile – per un intenso viaggio apostolico. A partire dai luoghi della memoria del suo grande ispiratore S. Agostino, quasi a rinverdirne il ricordo e a rilanciarne gli insegnamenti.

Prima tappa, infatti, in Algeria, e precisamente ad Algeri e ad Annaba, sulle orme del grande vescovo latino africano; e poi in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, abbracciando idealmente anche tutti gli altri popoli, in particolare quelli più affranti e sconvolti dalle tensioni e dai conflitti, come pure dalle restrizioni che si annunciano, lì più che altrove, per le conseguenze della guerra che continua nel vasto e cruciale territorio, posto tra i due continenti, ad aggravare ulteriormente situazioni di povertà, di indigenza e di esodo continuo. Gesto di apertura e di speranza quello di papa Leone XIV, che certo non potrà risolvere le gravi questioni che angosciano quei popoli – quelli che incontra come ancora di più gli altri di quel grande continente -, ma almeno recare conforto e indicare una strada su cui camminare per costruire o ricostruire legami di fraternità. Il capo della Chiesa cattolica si reca in un mondo in cui anche le tensioni e incomprensioni religiose creano dissidi a volte apparentemente insormontabili, in particolare tra Islam e Cristianesimo: per questo la sua missione ha anche una profonda valenza ecumenica e interreligiosa, a confermare con la sua presenza quanto va dicendo ormai da tempo sulle orme dei suoi predecessori: che, cioè, non si può mai invocare Dio contro gli altri ed ogni pretesa di combattere in nome di Dio è semplicemente e palesemente blasfema; mentre proprio i credenti, tutti i credenti e ogni religione – insieme ad ogni uomo e donna di buona volontà – devono unirsi per una comune opera di riconciliazione e di pacificazione.

La dura realtà ci presenta spesso il contrario: con teocrazie che disprezzano la vita o con presuntuosi leader che millantano di agire in nome di Dio, tra i quali sono doverosamente da elencare gli spudorati Trump e Netanyahu, ormai agli onori delle cronache per la violenza senza freni che vanno scatenando – pur partendo da bagliori di una sorta di “giustizia internazionale” da ristabilire – nella bolgia del Medio Oriente, facendo disonorevolmente il paio con quell’altra bieca violenza pluriennale scatenata senza sosta da chi si appella, con la benedizione di un indegno patriarca, all’integrità della civiltà e cultura ortodossa nel cuore dell’Europa. Se per Putin la guerra in Medioriente è diventata ghiotta occasione per premere sul grilletto, sovvenzionato dal caro-petrolio e schermato ora da quegli eventi che velano i suoi crimini, sorprende che sia il presidente americano che il premier israeliano non si rendano conto di quanto la loro belligeranza a oltranza danneggi non solo la loro immagine, ma quella – ideale e materiale – dei loro popoli. La preghiera di questi e dei prossimi giorni, come, del resto, quella che portiamo avanti ormai da anni, è una richiesta perché le menti di chi propugna la guerra rinsaviscano e i loro cuori si convertano dall’odio all’amore. Un pensiero anche per i governanti dell’Europa, perché l’equilibrio che stanno faticosamente cercando porti qualche frutto di bene in più dentro e fuori del nostro continente.

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