“La guerra è il fallimento delle conquiste umane di millenni”

Don Markus Schlagnitweit, scienziato sociale e direttore dell’Accademia sociale cattolica austriaca, analizza per il Sir la situazione mediorientale e il conflitto che vede impegnati Israele, Usa, Iran e diversi altri Paesi, sia dal punto del diritto internazionale sia dell’etica e della morale cristiana

Ucraina, 18 settembre 2025: attacco missilistico russo a Ternopil (Foto Ugcc)

Le guerre non si fermano. I conflitti continuano, e la sensazione che si ha è quella, devastante, di una progressiva escalation: il conflitto si allarga in Medio Oriente, l’attacco israelo-statunitense all’Iran coinvolge ormai il Libano e i Paesi del Golfo Persico; il coinvolgimento anche dello Yemen, con la fazione degli Houti, trascina il Mar Rosso e quindi lo Stretto di Suez, nel fronte di guerra. Israele sta scoprendo di non esser immune da indiscriminati attacchi missilistici e con droni. Ogni giorno, nonostante i continui appelli sia di Papa Leone XIV, sia della società civile impegnata negli interventi in favore delle vittime, la situazione peggiora. Don Markus Schlagnitweit, scienziato sociale e direttore dell’Accademia sociale cattolica austriaca (Ksoe), analizza per il SIR la situazione sia dal punto del diritto internazionale sia dell’etica e della morale in prospettiva cristiana. “La guerra in corso in Iran vede essenzialmente i seguenti attori: anzitutto Israele e gli Stati Uniti come aggressori direttamente responsabili dello scoppio delle ostilità, e poi Iran e i suoi alleati”.

Cominciamo quindi a valutare le posizioni di Israele e Usa.
Un grave problema è che solo nel caso di Israele esiste un motivo plausibile per la guerra e un obiettivo di guerra chiaramente dichiarato: Israele giustifica la sua azione militare come un attacco preventivo contro l’annientamento dello Stato di Israele, ripetutamente minacciato dal regime iraniano. Non è tuttavia evidente che questa minaccia da parte dell’Iran, chiaramente contraria al diritto internazionale, sia diventata, rispetto al passato, così virulenta da rendere l’azione militare di Israele immediatamente qualificabile come guerra di difesa (legittima secondo il diritto internazionale). L’obiettivo bellico di Israele sarebbe la fine della minaccia permanente proveniente dal regime iraniano, quindi un cambio di regime in Iran. Vi sono buoni motivi per dubitare che questo obiettivo bellico abbia prospettive di successo con gli attuali attacchi militari. Da parte degli Stati Uniti, l’obiettivo bellico rimane del tutto oscuro: un cambio di regime è già stato decisamente smentito come obiettivo di guerra; si parla più spesso della distruzione di tutte le basi missilistiche iraniane, della marina iraniana e del programma nucleare iraniano. Proprio per quanto riguarda l’esistenza di quest’ultimo, però, non ci sono finora prove concrete – analogamente a quanto accaduto nella guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq di Saddam Hussein. Non sarebbe nemmeno la prima volta che un presidente degli Stati Uniti, sotto pressione a livello di politica interna, scatenasse una guerra contro presunte minacce esterne con motivazioni dubbie. Gli Stati Uniti non possono nemmeno parlare di una minaccia diretta e seria da parte dell’Iran. In questo senso, la loro guerra contro l’Iran è priva di qualsiasi legittimazione secondo il diritto internazionale.

Il secondo “attore” di questo conflitto?
Certamente il regime iraniano e le milizie ad esso alleate, in particolare Hezbollah, in quanto avversari di Israele e degli Stati Uniti. L’Iran non può sicuramente essere definito, allo stato attuale, una democrazia fondata sui diritti umani e sullo Stato di diritto; ciononostante, è un soggetto di diritto internazionale riconosciuto a livello internazionale, che tuttavia viola il diritto internazionale in due modi: in primo luogo con le sue minacce ricorrenti di voler annientare lo Stato di Israele, anch’esso riconosciuto come soggetto di diritto internazionale; in secondo luogo con le eclatanti violazioni del regime dei diritti umani e, in tal senso, del diritto all’autodeterminazione del proprio popolo. Ciò potrebbe effettivamente giustificare un’azione militare contro il regime iraniano – ma solo sulla base di un mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Né Israele né gli Stati Uniti possono invocare un mandato di questo tipo. La disponibilità di entrambe le parti belligeranti all’escalation della violenza e all’estensione della guerra ai Paesi vicini può essere interpretata quasi esclusivamente come un segnale intimidatorio rivolto alla controparte.

Come va valutato dal punto di vista etico e morale l’attuale conflitto? Come ci si può opporre alla legge del più forte?
L’attuale conflitto deve essere considerato una palese violazione del diritto internazionale da parte di entrambe le parti in guerra e, di conseguenza, un rifiuto di un ordine mondiale basato sulle regole e fondato sulla Carta delle Nazioni Unite. Per il mantenimento della pace internazionale, tuttavia, non vi è alternativa. Il teologo morale e specialista in etica sociale di Paderborn, Peter Schallenberg, ha recentemente affermato (KathPress, 17.3.2026) che, di fronte allo sfaldamento e all’inefficacia del diritto internazionale, non resta che la legge del più forte. Il riconoscimento di fatto di questo diritto rappresenterebbe per me, tuttavia, la dichiarazione di fallimento di tutte le conquiste umane e civili di millenni, durante i quali si è cercato in vari modi (ad esempio attraverso la dottrina della “guerra giusta”) di circoscrivere il “male della guerra”, di subordinarlo a un insieme di regole e di contenerne così la forza distruttiva. Tutti i documenti sociali della Chiesa, a partire dalla Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II concordano sul fatto che, in assenza di un’autorità internazionale dotata di un potere sanzionatorio efficace o di una giurisdizione arbitrale, sia concesso ai soggetti di diritto internazionale, a determinate condizioni, l’uso di misure e mezzi militari per la legittima autodifesa (e, al limite, anche per un aiuto solidale di emergenza) ma non rinunciano mai al concetto di un ordine mondiale basato su regole: bensì esortano – al contrario – incessantemente al potenziamento e all’ulteriore sviluppo delle autorità internazionali e dei poteri arbitrali per l’efficace applicazione e salvaguardia di tale ordine mondiale. Nell’attuale situazione di violazione permanente e sistematica del diritto internazionale da parte di alcuni dei suoi soggetti, anche le voci della Chiesa rivestono grande importanza, se condannano chiaramente la violazione del diritto internazionale e ne sollecitano il rafforzamento. E deve esser valutato seriamente quali siano le possibilità di sanzione (ad esempio di natura economica) per punire coerentemente ogni violazione del diritto internazionale.

 

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