Cuba. Padre Reyes: “Il Paese è allo stremo. Molti vedono nelle pressioni degli Usa una speranza di libertà”

Il sacerdote della diocesi di Camagüey racconta al Sir la crisi profonda dell’isola: blackout, mancanza di medicine e repressione crescente. “C’è una strage silenziosa”, denuncia. In molti, pur tra sofferenze e timori, guardano alle pressioni degli Stati Uniti come all’unica possibilità di porre fine a decenni di regime

(Foto ANSA/SIR)

“Sappiamo che, soprattutto in Europa, Donald Trump non è una figura simpatica, ma il modo in cui sta agendo rappresenta per noi una speranza. Da anni lottiamo per una libertà che non riusciamo a raggiungere, e questa è la prima volta che molta gente, io incluso, la sente vicina. È la prima volta che possiamo sognare e avere fiducia che questo incubo possa finire. Per strada la gente dice che sarà dura, ma chiede di chiudere ogni possibilità, affinché il Governo non possa più rafforzarsi”. Espressioni ruvide, ma franche, condivise da molti, in questo momento, a Cuba. A pronunciarle, interpellato dal Sir, è un sacerdote della diocesi di Camagüey, molto popolare nell’isola per il suo coraggio nel denunciare a apertamente la dittatura, padre Alberto Reyes.
Meglio, insomma, soffrire, pur di porre fine al Governo comunista erede della “revolución” castrista. Una posizione che non rappresenta la posizione ufficiale della Chiesa (nelle ultime settimane i vescovi si sono riuniti, ma hanno preferito la discrezione), ma che rappresenta, certamente, un’opinione diffusa.

Paese al buio e alla fame. Eppure, a Cuba, la situazione è davvero drammatica. Il Paese è al buio, concretamente, visto che anche nel fine settimana si è verificato un lungo blackout generale delle linee elettriche, e metaforicamente. Quale futuro per quella che era la “patria” della “rivoluzione” e assomiglia, ora, a un relitto in mezzo all’oceano?

L’embargo petrolifero imposto dagli Stati Uniti sta, di fatto, strangolando il Paese, portando a livelli estremi la crisi economica e alimentare che già da anni si era presentata, a causa, soprattutto, di un sistema in cedimento strutturale.

Il regime castrista, da sei anni e mezzo guidato da Miguel Díaz-Canel, accusa la Comunità internazionale di averlo lasciato solo. Sembrano passati secoli, e non solo pochi giorni, dal messaggio alla Nazione, nel corso del quale il Capo dello Stato aveva accettato di aprire un dialogo con gli Usa, e, di concerto con il Vaticano, aveva annunciato la liberazione di diversi detenuti politici. Ma nei giorni seguenti non si è assistito a cambiamenti.

“Molti stanno morendo”. “Io dico che a Cuba c’è una strage silenziosa, perché c’è tanta gente che sta morendo, ma sono morti che non contano – denuncia padre Reyes -. Avvengono perché non si trova un antibiotico o, per esempio, perché una persona muore per una crisi ipertensiva, dopo che per mesi non ha potuto assumere il medicinale di cui aveva bisogno. A volte, va via la luce in ospedale e le persone collegate ai respiratori muoiono, ma nessuno ne parla.  Ciò accade in quello che io chiamo il divorzio fra il Governo e il popolo. Non si vede alcun segno di empatia, non c’è una volontà politica di sistemare le cose. Al governo non interessa il popolo, assolutamente; interessa solo il potere”. Il sacerdote cita un vescovo, che disse una volta a Caridad Diego, a capo dell’ufficio per gli affari religiosi, che controlla la vita della Chiesa: “Caridad, a volte penso che in questo Paese ci siano persone che si svegliano ogni mattina soltanto per pensare a come rendere la vita più difficile a questo popolo”.

Inoltre, “la repressione è cresciuta tantissimo. Una persona che per strada grida ‘libertà’, o chiede un cambio di sistema, viene probabilmente arrestata e rischia di essere condannata a dieci o quindici anni di prigione”.

“La gente ha molta paura ed è disperata, perché se la polizia ti accusa di queste cose non c’è difesa possibile. L’atteggiamento della polizia è sempre più brutale; negli ultimi scontri hanno persino sparato contro la popolazione. Ovviamente questo viene negato ufficialmente, ma ci sono i video e le immagini su internet e sappiamo che è vero”.

Un assedio quasi “benedetto”. Ecco perché, secondo padre Reyes, l’assedio statunitense viene visto, paradossalmente, con speranza: “A prima vista potrebbe sembrare che l’America ci stia affogando, ma la nostra visione è diversa. Siamo un popolo sottomesso da quasi settant’anni e il Governo ha un potere immenso, di fronte a un popolo indifeso. L’esempio che mi viene in mente è questo: se avessi un figlio di otto anni vittima di bullismo da parte di un coetaneo, gli direi di difendersi da solo per crescere. Ma se a subire bullismo da un ragazzo di sedici anni è un bambino di otto, non posso dirgli di difendersi, perché non può farlo. Questa è la situazione a Cuba. È vero che possiamo protestare e alzare la voce, ma in questo momento non abbiamo il potere di uscire da questo carcere da soli. Per noi è importante che un potere superiore ci aiuti a rompere queste sbarre”.

D’altra parte, ragiona il sacerdote, “mettiamo il caso che uscissimo tutti per strada e il Governo finisse per cadere. Come si organizzerebbe questa società? Come potremmo evitare un vuoto di potere che favorisca la vendetta di tanta gente ferita? Sarebbe un disastro. Per questo, quando l’America taglia le forniture di combustibile, mentre in altri Paesi si inorridisce, noi qui diciamo: ‘Sì, chiudete tutto, ancora di più’. Lo dice la gente, perché per noi è l’unico modo di rompere il potere di questa dittatura.

La gente vede l’attuale politica americana come un segno di speranza perché siamo troppo stanchi.

È stato un periodo troppo lungo e duro; abbiamo sofferto la miseria e la mancanza di tutto, persino dei sogni. Tantissimi giovani se ne vanno, tante famiglie si sono separate per sempre e troppa gente è morta cercando di scappare. Questo processo è stato devastante, l’isola intera è un carcere immenso. Per la prima volta, abbiamo la speranza di poter rompere i cancelli e convertirci in una nazione veramente libera, democratica, prospera e, soprattutto, felice”.

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