“Si respira un’aria molto tesa ovunque. Oggi abbiamo un numero elevato di sfollati, persone che fanno grande fatica a spostarsi dal sud del Libano e altre che ancora non sanno dove poter andare. Il numero degli sfollati cresce continuamente: ieri sera l’ONU parlava di 30.000 persone, ma in realtà eravamo già arrivati a 70.000”. E’ mons. César Essayan, vicario apostolico di Beirut dei Latini (Libano), a descrivere oggi al Sir il clima che si sta vivendo in queste ore a Beirut e in tutto il Paese. “Abbiamo avuto anche degli incidenti nella scuola di San Giuseppe dell’Apparizione, dove un gruppo ha sfondato le porte dell’edificio e ha causato molti danni”, racconta il vescovo. “Non è la prima volta: la stessa cosa era successa due anni fa. Quella scuola, inoltre, non figurava tra quelle messe a disposizione dal governo per accogliere gli sfollati. Le suore sono state allontanate con la forza e l’esercito è dovuto intervenire per ristabilire l’ordine e permettere a ciascuno di trovare un rifugio dignitoso, perché non tutti i ripari disponibili lo sono davvero. Sono incidenti che nascono dalla tensione generale che coinvolge tutti. Non è colpa né degli uni né degli altri. Stiamo rivivendo l’incubo di due anni fa, quando ci furono i bombardamenti iniziati da parte di Israele”. “Per fortuna – aggiunge il vescovo – il governo è oggi un po’ più preparato e ha una migliore capacità di intervento. Noi come Chiesa cerchiamo di fare tutto il possibile. Come Vicariato Apostolico di Beirut siamo molto impegnati nel trovare luoghi di accoglienza per tutti i migranti, in particolare per le donne e le loro famiglie. La maggior parte viene accolta dai gesuiti, attraverso la loro organizzazione; noi li sosteniamo per quanto possiamo”.
Vi aspettavate questa escalation?
Tutta questa situazione è stata del tutto inaspettata, soprattutto dopo la visita del Papa. Pensavamo di essere in una fase di risalita. Anche la dichiarazione del capo di Hezbollah, due giorni fa, sembrava confermare questa linea: aveva affermato che non avrebbero imboccato la strada del conflitto. Eravamo tutti più tranquilli, pensando che il Libano potesse continuare ad attraversare mesi di pace e serenità. E invece, appena poche ore dopo, è stata presa la decisione di lanciare dei razzi — inutili — contro Israele, trascinandoci nuovamente in questa situazione assurda in cui ci troviamo oggi.
Chi sta subendo il prezzo più alto di questa situazione?
I giovani, i ragazzi e i bambini. Cominciano già a mostrare conseguenze psicologiche di questo dramma: i bombardamenti sono vicini alle loro case, oppure sentono gli spari usati dai militari o dai miliziani di Hezbollah per avvertire la popolazione di un imminente attacco. Faccio un piccolo esempio per spiegare la situazione: un nostro collaboratore del centro sociale ha una figlia di otto anni. Quando c’è stato il primo bombardamento, hanno sparato in aria per avvertire la gente e una cartuccia è caduta proprio vicino a lei. Si è spaventata talmente tanto che da due giorni non riesce più a parlare. Inoltre, tutto il tempo si sente il ronzio dei droni israeliani sopra le nostre teste: una minaccia continua, un senso costante di oppressione.
È come vivere con la morte sempre presente, sospesa sopra di noi.
E tutto questo sta accadendo in un Libano che sì, appariva più tranquillo, ma era comunque fortemente provato.
La situazione economica era già molto critica, e ora lo è ancora di più. Prima dello scoppio di questa guerra, il governo aveva deciso di aumentare il prezzo della benzina di 3 dollari per 20 litri, e si parlava anche di incrementare l’Iva e altre tasse. Ma i salari non sono stati adeguati, i depositi bancari restano bloccati, le difficoltà sono esattamente le stesse di prima. La popolazione stava male e la tensione era già altissima. Nonostante questo, però, la gente continuava a lottare: guardavamo al futuro con un po’ più di speranza, con una forza nuova. Oggi quella forza non c’è più. Non abbiamo più la voglia, o forse l’energia interna, per dire “continuiamo a resistere”. È come se, ogni volta che facciamo uno sforzo, arriva qualcuno che, per stupidità o per gli interessi di un altro Paese, manda tutto all’aria. E così dobbiamo ricominciare da capo. A un certo punto la gente è stanca. La gente è davvero stanca. E anche noi, come Chiesa, a volte siamo affaticati. Ma dobbiamo andare avanti. È una grande responsabilità che portiamo sulle spalle.
Vuole lanciare un appello?
Un appello? E’ difficile formularlo. L’unica parola che sento di dire è:
basta, basta, basta, basta.
Queste persone devono rendersi conto che non stanno distruggendo soltanto la vita di chi vive questo dramma oggi, ma stanno compromettendo il futuro di intere generazioni. Diversi Papi lo hanno detto: la guerra ci fa perdere la nostra umanità — e non solo nell’immediato. Quello che sta accadendo oggi sta generando ferite profonde nei bambini e nei giovani, ferite che segneranno le generazioni future. Questo non è accettabile. Stiamo costruendo un’umanità sempre più ferita. Noi crediamo che Cristo sia qui ma non può fare tutto da solo. Anche noi dobbiamo esserci, insieme a Lui, per guarire questa umanità ferita. Ma se le persone non si rendono conto che attraverso le loro scelte personali, politiche ed elettorali, possono costruire un mondo diverso, allora non andremo da nessuna parte.

