Israele dopo il 7 ottobre: Marmur e Goodman (Rhr), “vedere insieme l’atrocità subita e tutte le cose terribili accadute dopo, alcune delle quali compiute anche da noi”

I rabbini Michael Marmur e Anton Goodman, membri di Rabbis for Human Rights,  riflettono sul significato della Tikvà  (la speranza) nella tradizione ebraica e sulla sua traduzione concreta oggi, tra trauma del 7 ottobre, crisi democratica israeliana e violenze in Cisgiordania. Il Sir li ha incontrati a margine di un meeting, a Gerusalemme, con i vescovi dell'Holy Land Coordination, in pellegrinaggio solidale in Terra Santa.

(Foto Rabbis for Human Rights)

(Gerusalemme) “La speranza, in ebraico ‘Tikváh’, è quel filo fragile cui ci si aggrappa in mezzo alle macerie. Anche quando tutto appare oscuro, restare fedeli a quel filo può condurci – lentamente, faticosamente – verso un domani diverso”. Quel ‘filo fragile’ è quello di colore rosso che Raab, nel libro di Giosué, mette fuori la sua casa per essere risparmiata dagli israeliti mentre conquistavano Gerico. A evocare questa immagine biblica è il rabbino Michael Marmur, professore di teologia ebraica e membro del comitato esecutivo di Rabbis for Human Rights (Rhr), organizzazione che riunisce circa 175 rabbini israeliani di tutte le correnti dell’ebraismo, attiva in Israele e Palestina sin dal 1988, impegnata per la pace e la convivenza sostenendo le popolazioni palestinesi vittime di vessazioni e violenze in Cisgiordania. Nella tradizione ebraica, ci sono anche altre interpretazioni per Tikvàh, per esempio, quella che la vede come una “raccolta”, un “bacino”.

(a Sx Anton Goodman, a dx Michael Marmur – © Mazur/cbcew.org.uk) 

In questo senso, spiega il rabbino, “Tikvà non è il filo sottile a cui aggrapparsi con fiducia, ma l’insieme delle risorse: la fede, la comunità, la famiglia, le relazioni, la responsabilità condivisa”. Per Marmur è possibile pensare anche un’altra metafora, “presente in diverse tradizioni: la candela. Una candela antica, archeologica, con l’olio raccolto in una coppa. Da un lato c’è il serbatoio, la risorsa che fornisce l’energia; dall’altro c’è lo stoppino, il filo, che rende possibile un punto di luce”.

“Per quanto grave sia la situazione, il nostro compito resta questo: cercare il filo e riconoscere il bacino, individuare le risorse — comuni e individuali — a cui possiamo attingere, e allo stesso tempo proteggere quello stoppino sottile di possibilità che può generare luce”.

Dopo il 7 ottobre. La riflessione del rabbino assume ancora più rilevanza se la si colloca nel contesto aperto dal 7 ottobre 2023, che Marmur definisce senza ambiguità “uno spartiacque traumatico”. “È un trauma reale, che ha colpito in profondità la società israeliana”, afferma. “Ma ci facciamo un pessimo servizio se siamo disposti a confrontarci solo con il nostro dolore, senza avere la forza morale di guardare tutto il quadro”. Da studioso di ebraismo, Marmur non può fare a meno di pensare a questi tempi attraverso una distinzione cara agli studiosi biblici: “quella tra profetico e apocalittico. Questi sono, in una certa misura, tempi apocalittici — non solo qui, ma ovunque si guardi nel mondo. C’è un’aria di apocalisse diffusa, non serve venire qui per accorgersene.

Rimanere fedeli a un approccio profetico in tempi apocalittici è una sfida enorme.

L’apocalittica si occupa della fine dei tempi, del collasso totale; il profetico, invece, resta ancorato all’azione cumulativa, alla lucidità morale, alla disponibilità a essere impopolari e a sostenere posizioni difficili in mezzo alla complessità”. La sfida oggi allora è: “essere capaci di vedere insieme l’atrocità subita e tutte le cose terribili che sono accadute dopo, alcune delle quali sono state compiute anche da noi. Restare fedeli a un’etica profetica in tempi apocalittici è la sfida più grande che abbiamo davanti”.

Fede e diritti umani. Dalla riflessione teologica all’esperienza concreta raccontata da Anton Goodman, anche lui membro dello staff di Rabbis for Human Rights. “Sono un ebreo ortodosso e un attivista”, dice. “Il mio legame con il divino non si indebolisce attraverso l’attivismo: si rafforza. È proprio nell’impegno per i diritti umani che la mia fede diventa più profonda. Con gli altri rabbini di Rhr nutriamo una convinzione fondamentale:

i valori ebraici e i diritti umani non sono due binari paralleli. Sono inseparabili”.

L’incontro con Goodman avviene dopo un suo incontro, durato tre ore alla Knesset, il Parlamento israeliano, nella Commissione per la sicurezza nazionale, dove è in discussione una legge che dovrebbe introdurre la pena di morte per chi commette omicidi a sfondo nazionalistico contro cittadini israeliani. “È una legge profondamente problematica – rimarca il rabbino – non chiarisce definizioni, si dovrebbe applicare solo ai palestinesi della Cisgiordania, attraverso tribunali militari, ed è chiaramente in violazione del diritto internazionale”.

(Foto Rabbis for Human Rights)

Rabbis for Human Rights, ricorda Goodman, opera anche in Cisgiordania. “Siamo stati in un villaggio palestinese in Area C (sotto pieno controllo civile e militare israeliano, ndr.) a piantare ulivi con la comunità locale – racconta Goodman – non è un gesto simbolico: piantare alberi è un modo concreto per impedire la confisca delle terre”. E aggiunge: “Assistiamo a una violenza dei coloni senza precedenti, spesso nell’assenza totale delle forze dell’ordine”. Allo stesso tempo, “lavoriamo anche nel sud di Israele, incontrando i sopravvissuti del 7 ottobre e le famiglie degli ostaggi”.

“La compassione non può essere selettiva”,

afferma Goodman. “Non è un gioco a somma zero. La sofferenza umana non dipende dall’appartenenza nazionale, religiosa o etnica”. Il filo che unisce le due voci torna alla speranza: “La Tikvà non è ottimismo – conclude Marmur -. È una responsabilità morale”. “La speranza non consola – gli fa eco Goodman -. Ci obbliga ad agire. E oggi, più che mai, a farlo insieme”.

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