Per molti anni il cinema spagnolo è rimasto ai margini dello sguardo critico italiano, come se non fosse riuscito a esprimere una propria identità autonoma. È da questa rimozione culturale che prende avvio “Il cinema spagnolo. Una storia dalle origini ai giorni nostri” (ed. Carocci), il volume, di Renato Butera ed Enrique Fuster, che ricostruisce oltre un secolo di storia cinematografica mettendo al centro non solo gli autori e i linguaggi, ma anche le maestranze la produzione e certamente il rapporto profondo tra cinema e società. “Il lavoro nasce da uno sguardo duplice – spiega Butera – quello dello studioso e quello dello spettatore. Due prospettive che non possono essere separate, perché il cinema è esperienza, ma anche sedimentazione storica, memoria collettiva e analisi”. Proprio questa integrazione consente al volume di superare una lettura puramente estetica per restituire al cinema spagnolo il suo ruolo di spazio di osservazione del vissuto sociale.
“In Italia il cinema spagnolo è stato a lungo poco conosciuto e spesso considerato inesistente come cinematografia autonoma – è la tesi di fondo –. Nei manuali di storia del cinema, fino agli anni Cinquanta e Sessanta, veniva letto soprattutto come un cinema “derivato”, influenzato da modelli italiani, francesi o americani”.
Una visione che ha finito per oscurare la capacità del cinema spagnolo di raccontare le tensioni, le ferite e le trasformazioni del Paese.È soprattutto a partire dagli anni Sessanta e Settanta che questo cinema inizia a cercare una propria voce, liberandosi progressivamente dai condizionamenti esterni. “Da quel momento – osserva Butera – emerge una specificità riconoscibile, che si consolida negli anni Ottanta e dà vita a una stagione di grande vitalità”. Accanto alla figura isolata di Luis Buñuel, si affermano autori come Luis García Berlanga, Juan Antonio Bardem, Carlos Saura, fino ad arrivare a Pedro Almodóvar e alle generazioni successive.
Ma ciò che rende il cinema spagnolo particolarmente significativo è la sua attenzione all’umano. “È un cinema che ha saputo dare voce alle periferie, alle relazioni famigliari, alle esistenze marginali”, sottolinea l’autore. Le storie raccontate attraversano la borghesia, ma si aprono anche a mondi spesso invisibili: quartieri popolari, minoranze culturali, comunità gitane, conflitti generazionali, relazioni segnate da conflitti e passioni.
Un’umanità “ai bordi” che diventa specchio delle contraddizioni sociali e delle disuguaglianze.Anche durante il franchismo, nonostante la censura, il cinema riesce a trovare spazi di racconto. “Negli anni Cinquanta e Sessanta – ricorda Butera – si sviluppa una sorta di neorealismo e di “commedia alla spagnola”, seppur tra molte virgolette, che dialoga con il cinema italiano”. Le coproduzioni italo-spagnole di quel periodo, con registi come Berlanga o Ferreri e attori come Lucia Bosè e Nino Manfredi, restituiscono uno sguardo critico sulla società, spesso attraverso l’ironia e il grottesco.
Negli ultimi decenni, il racconto sociale si è ampliato grazie anche alle piattaforme. “La serialità è cinema a tutti gli effetti – afferma Butera – un film lungo, capace di intercettare nuovi pubblici e di raccontare storie profondamente locali ma comprensibili ovunque”. È qui che il cinema spagnolo diventa “glocale”: radicato nel contesto nazionale, ma aperto a una dimensione universale. “Se un tempo il cinema spagnolo era un grande sconosciuto per il pubblico italiano – conclude Butera – oggi è una realtà riconosciuta internazionalmente. Con questo libro abbiamo voluto accompagnare i lettori a scoprirne la ricchezza e la capacità di raccontare, attraverso le immagini, la vita sociale di un Paese”.

