Per capire perché il Minnesota sia diventato il fulcro di una crisi nazionale occorre tenere insieme tre livelli: la sua storia politica, la composizione demografica e il conflitto aperto sul federalismo americano. Nel dicembre 2025 l’amministrazione Trump ha avviato l’operazione “Metro Surge”, dispiegando circa 3mila agenti federali nelle Twin Cities, Minneapolis e Saint Paul, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare il contrasto all’immigrazione irregolare. La scelta dello Stato non è stata neutra. Il Minnesota ha una lunga tradizione progressista, non ha mai votato per Ronald Reagan e ha respinto Trump in tutte e tre le elezioni presidenziali. Il 9 gennaio 2026 il presidente ha definito lo Stato “corrotto e disonesto”, collegando apertamente l’intensità delle operazioni federali ai risultati elettorali. Il procuratore generale Keith Ellison ha parlato di “un uso politico delle forze federali”. A rendere il quadro ancora più sensibile è la presenza, in Minnesota, della più ampia comunità somala degli Stati Uniti, spesso al centro del dibattito pubblico sull’immigrazione e l’integrazione.
La comunità somala in Minnesota
Il Minnesota ospita la più grande comunità somala degli Stati Uniti, stimata tra le 80mila e le 100mila persone, concentrate soprattutto nell’area di Minneapolis–Saint Paul. La presenza risale agli anni Novanta, con l’arrivo di rifugiati dalla guerra civile in Somalia. Oggi la comunità è parte stabile del tessuto sociale ed economico, con una popolazione giovane e numerose seconde generazioni. Accanto a percorsi di integrazione, restano fragilità legate a povertà, istruzione e discriminazione, che ne fanno un punto sensibile del dibattito sulle politiche migratorie.
Città santuario e conflitto istituzionale
Il nodo giuridico dello scontro riguarda le cosiddette “sanctuary city”. Contrariamente a una rappresentazione diffusa, non sono aree sottratte alla legge, ma giurisdizioni che limitano la collaborazione delle autorità locali con l’Immigration and Customs Enforcement (ICE), competenza esclusiva del governo federale. Minneapolis, in particolare, vieta ai dipendenti pubblici di chiedere lo status migratorio o di trattenere persone su semplice richiesta amministrativa, in assenza di un mandato giudiziario. Il governatore Tim Walz ha rivendicato il principio secondo cui “le forze dell’ordine statali applicano le leggi statali”, richiamando il Decimo Emendamento della Costituzione. Washington ha risposto invocando la Clausola di Supremazia e aprendo indagini per presunta ostruzione contro il governatore e il sindaco Jacob Frey. A rendere l’operazione senza precedenti non è solo il contenzioso legale, ma il tipo di forze impiegate: unità speciali della polizia di frontiera, come il Bortac, solitamente utilizzate in operazioni contro il traffico di droga, ora presenti in contesti urbani ordinari.
Vittime, proteste e fratture sociali
La tensione è cresciuta dopo due uccisioni che hanno segnato profondamente l’opinione pubblica. Il 7 gennaio Renee Nicole Good, 37 anni, cittadina americana, è morta durante un’operazione dell’ICE. La versione ufficiale parla di una minaccia imminente, ma un’autopsia indipendente ha sollevato interrogativi sulle dinamiche dell’intervento. Il 24 gennaio è stato ucciso Alex Jeffrey Pretti, infermiere, durante una protesta: anche in questo caso le ricostruzioni ufficiali e i video diffusi hanno alimentato polemiche e richieste di chiarimento. Da allora, la vita quotidiana di molte comunità immigrate si è ridotta al minimo: scuole e servizi hanno attivato protocolli di emergenza, l’accesso a ospedali e uffici pubblici è diminuito, mentre le manifestazioni di protesta sono cresciute, culminando il 23 gennaio in una marcia di circa 50mila persone nonostante temperature estreme. Al di là delle singole responsabilità, il Minnesota è diventato il luogo in cui si misura una questione più ampia: il rapporto tra potere federale e autonomie locali e l’impatto concreto delle politiche migratorie sulla coesione delle comunità.

