Board of Peace. Buonomo: “Un nuovo strumento di cooperazione internazionale fuori dallo schema Onu”

Il professore di diritto internazionale analizza la nascita e la formalizzazione del Board of Peace promosso dagli Stati Uniti: natura giuridica, contesto multilaterale inedito, differenze con il sistema Onu e possibili implicazioni su Gaza, Ucraina e Groenlandia

(Foto ANSA/SIR)

La firma formale del cosiddetto Board of Peace, avvenuta a Davos su iniziativa degli Stati Uniti, apre una nuova fase nelle relazioni internazionali. Non si tratta più di un progetto in discussione, ma di uno strumento già formalizzato, sostenuto da un gruppo di Stati e pensato come piattaforma di cooperazione per l’attuazione di accordi di pace e di ricostruzione post-bellica. Di natura ancora inedita rispetto all’architettura istituzionale costruita attorno all’Onu negli ultimi ottant’anni, il Board solleva interrogativi giuridici e politici rilevanti. Ne parla al Sir il professor Vincenzo Buonomo, docente di diritto internazionale, che ne analizza genesi, funzione e possibili ricadute sugli attuali scenari di crisi.

Professore, con la firma avvenuta a Davos il Board of Peace è ora un atto ufficiale. Qual è la sua valenza e che significato assume sul piano delle relazioni internazionali?
«Siamo di fronte a un atto ormai pienamente formalizzato. Non si tratta più di un progetto o di un’ipotesi in discussione, ma di qualcosa che si è concretizzato, almeno dal punto di vista giuridico-formale. È un’iniziativa che vede la presenza di più Paesi che si collocano attorno a un progetto promosso dagli Stati Uniti, e di questo le relazioni internazionali devono prendere atto, nonostante si tratti di un modello che riporta il diritto internazionale indietro, al secolo XIX».

È un modello già visto nella storia recente?
«Non è la prima volta che nei rapporti internazionali si assiste a dinamiche di questo tipo. Esistono precedenti, sia storici sia più recenti, in cui gruppi di Stati si organizzano al di fuori di una partecipazione universale per perseguire obiettivi specifici. Questo è il primo livello di lettura dell’atto firmato. Il modello appare quello che uscì da Vienna nel 1815, il Concerto Europeo, un’intesa tra le monarchie del continente per la restaurazione post- napoleonica e che poi si allargò con ad altre aree in cui operavano gli Stati europei».

(Foto Siciliani – Gennari/SIR)

Qual è, nello specifico, la funzione del Board of Peace?
«Lo strumento era stato proposto già nel novembre scorso, con riferimento alla cosiddetta seconda fase dell’attuazione degli accordi di pacificazione e di ricostruzione del tessuto sociale, non solo infrastrutturale, di Gaza. Non a caso, il 17 novembre il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha adottato la risoluzione 2803, che faceva riferimento alla possibilità di questo Board come strumento di garanzia per l’applicazione degli accordi».

Dunque il riferimento non riguarda solo Gaza?
«Esattamente. Analizzando i 13 articoli del testo così come presentati dalla stampa, emerge che il riferimento non è più Gaza. Si tratta di uno strumento di carattere generale, pensato per garantire forme di cooperazione multilaterale tra Stati, ma in un contesto del tutto nuovo e cioè in ogni area del pianeta».

In che senso “nuovo”?
«Il Board ha una struttura che vorrebbe richiamare, in parte, quella di un’organizzazione internazionale: un consiglio, un direttivo, una figura di direttore. Tuttavia è profondamente diverso dalle organizzazioni a cui siamo stati abituati negli ultimi ottant’anni, a partire dal sistema costruito attorno alla Carta delle Nazioni Unite».

Che tipo di discontinuità rappresenta rispetto all’Onu?
«È quasi un ritorno a un diritto internazionale che precede la nascita del sistema Onu. Un diritto fondato su rapporti multilaterali tra Stati, ma non ancorato a un’organizzazione universale dotata di poteri sulla base di principi condivisi. È una logica diversa, che segna uno scarto significativo rispetto all’impianto giuridico consolidato dal 1945 in poi. L’interrogativo è: avremo un multipolarismo operante anche in forma organizzata e non solo espressione della volontà di singoli “potenti” di turno».

Conta anche il contesto in cui è nato questo strumento?
«Molto. Le grandi organizzazioni internazionali nascono da conferenze tra Stati: penso, per esempio, alla conferenza di San Francisco del 1945 per la Carta Onu. Qui, invece, la genesi è avvenuta all’interno di un forum non governativo, in cui erano presenti attori diversi: categorie economiche, sociali e anche governative. Una contestualizzazione del tutto differente. Che sia questo il nuovo modello di relazioni internazionali? Dico questo perché non possiamo solo definire quanto avvenuto come un episodio, ma per come si strutturano in rapporti internazionali, questa iniziativa va considerata come fenomeno e come fatto, al di là di condividerne i contenuti e le modalità».

Oggi è in corso anche un incontro tra Trump e Zelensky. Questo dialogo assume un significato particolare alla luce del Board of Peace?
«Io lo leggerei con la lente ordinaria delle relazioni internazionali. I rapporti bilaterali tra Stati Uniti e Ucraina rientrano nella “normalità” data dallo specifico del conflitto in corso. Non vedo elementi di eccezionalità: sono dinamiche che possono poi eventualmente estendersi  ad altri attori».

Un altro dossier aperto è quello della Groenlandia. Che valutazione dà di questa vicenda?
«Sembrerebbe che all’interno di un’organizzazione internazionale come la Nato si stia cercando una soluzione. Al momento abbiamo solo letture parziali. Dal punto di vista del diritto internazionale, però, resta centrale un principio essenziale: l’autodeterminazione dei popoli. In questo caso, parliamo degli Inuit che abitano la Groenlandia».

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