Quando nel dicembre 1823 James Monroe affidò al messaggio annuale al Congresso un principio destinato a entrare nella storia, gli Stati Uniti erano un Paese giovane, agricolo, con città ancora in espansione e comunicazioni lente. Le notizie viaggiavano su navi a vela e diligenze, le capitali europee erano separate da settimane di traversata oceanica, e la politica internazionale si muoveva al ritmo delle flotte e delle cancellerie. Il mondo era dominato da imperi coloniali e monarchie, e non esisteva alcun ordine internazionale fondato su regole condivise. È in questo contesto che nasce la Dottrina Monroe come dichiarazione difensiva, pensata per tenere l’Europa lontana dalle Americhe e garantire la sicurezza di una potenza ancora periferica negli equilibri globali. Il principio affermava che non vi sarebbe stata tolleranza per nuove colonizzazioni europee nel continente americano, mentre Washington si impegnava a non intervenire negli affari del Vecchio Continente.
Quanto contava davvero la forza degli Stati Uniti nel 1823?
All’epoca, la forza militare americana era limitata. La Dottrina Monroe non era sostenuta da una reale capacità di proiezione navale globale, ma poggiava in larga misura su un equilibrio di interessi favorevole. In particolare, sull’ombrello navale britannico: Londra, prima potenza marittima del tempo, aveva tutto l’interesse a impedire il ritorno delle vecchie potenze coloniali in America Latina, per proteggere i propri commerci. Più che un atto di forza, la Dottrina Monroe fu dunque una scommessa politica, resa credibile dal contesto internazionale e dall’interesse britannico a mantenere aperti i mercati del Nuovo Mondo.
Come è cambiata nel tempo la Dottrina Monroe?
Con il passare dei decenni e la crescita economica e militare degli Stati Uniti, la dottrina cambiò volto. Da principio difensivo si trasformò progressivamente in uno strumento di egemonia, soprattutto a partire dal corollario Roosevelt del 1904, che legittimò l’intervento diretto di Washington negli affari interni dell’America Latina. Durante la Guerra fredda, la Dottrina Monroe divenne uno degli assi della strategia di contenimento dell’Unione Sovietica. Il suo significato si adattò ai contesti storici, mantenendo però costante l’idea di un’area di influenza privilegiata nel continente americano.
Perché oggi si parla di una frattura temporale?
La differenza decisiva con l’attuale dibattito sulla cosiddetta “Dottrina Donroe” è storica e strutturale. La Dottrina Monroe nasceva in un mondo senza istituzioni multilaterali e senza regole condivise, mentre la “Donroe” si afferma dentro un ordine internazionale costruito dopo il 1945, anche dagli stessi Stati Uniti. Questo passaggio segna una rottura profonda: ciò che nell’Ottocento appariva come una dichiarazione di autonomia regionale, oggi assume il significato di una messa in discussione del sistema multilaterale.
Che cosa si intende per “Dottrina Donroe”?
La “Dottrina Donroe” non è una dottrina formalizzata. È una definizione giornalistica e analitica, usata per descrivere la prassi della seconda amministrazione Trump. Una rilettura muscolare e personalizzata del principio “monroista“, che si esprime attraverso azioni concrete: dall’intervento in Venezuela alle pressioni sulla Groenlandia, fino al sequestro di petroliere russe nell’Atlantico. In questa nuova versione, l’emisfero occidentale viene presentato come una sfera di influenza esclusiva degli Stati Uniti, che deve essere resa impermeabile alla presenza di potenze rivali come Cina e Russia.
Perché la forza torna al centro della politica internazionale?
A sintetizzare questa visione è una dichiarazione di Stephen Miller, consigliere della Casa Bianca: “Viviamo in un mondo reale che è governato dalla forza, che è governato dal potere”. Una frase che segna un distacco netto dalla retorica multilaterale degli ultimi decenni. Secondo l’ISPI, la Dottrina “Donroe” riflette un approccio sistemico e neoimperiale, volto a prevenire l’ingresso di potenze rivali nelle aree considerate vitali per la sicurezza americana, anche a costo di forzare norme, alleanze e consuetudini consolidate.
Quali sono le conseguenze globali?
Il ritorno alla logica delle sfere d’influenza non resta confinato alle Americhe. Quando anche Washington rivendica apertamente il diritto di infrangere le regole, il margine di manovra per comportamenti analoghi da parte di Mosca e Pechino si amplia. Il rischio è l’erosione dell’ordine internazionale fondato su regole condivise.
Quale dilemma si apre per l’Europa?
Per l’Europa, questo scenario rappresenta un passaggio critico. I Paesi europei si trovano di fronte a un bivio: adattarsi all’egemonia americana per preservare l’alleanza transatlantica o tentare una strada autonoma, con costi politici e strategici elevati. Come osserva lo storico Mario Del Pero, siamo di fronte a “schemi ostentatamente neoimperiali”.
Che cosa racconta il confronto tra Monroe e Donroe?
Il confronto tra Dottrina Monroe e “Dottrina Donroe” racconta il passaggio da un’America che chiedeva di essere lasciata in pace a una potenza che rivendica il diritto di decidere chi può stare nei propri ‘vicinati’. In un mondo interconnesso, questo passaggio segnala il possibile ritorno a un ordine internazionale fondato più sulla forza che sulle regole. Un messaggio che, come sottolineano gli analisti, Mosca e Pechino aspettavano, ma che oggi è l’Occidente stesso a rendere evidente.

