L’arresto di Maduro in Venezuela non rappresenta un vero rovesciamento di regime, bensì un cambio forzato al vertice privo di una spinta popolare interna. Secondo Alessandro Politi, direttore della Nato defense college Foundation (Ndcf), l’intervento americano non corrisponde a necessità economiche, energetiche e di sicurezza: il petrolio venezuelano è stato sempre consegnato puntualmente agli Usa e, riguardo al narcotraffico, ci sono rischi ben più rilevanti in Messico. Infatti ieri Trump ha menzionato il Paese attribuendo ai cartelli la responsabilità di 200-300.000 morti annui (nel 2024 le morti da overdose accertate erano 80.000) e ventilando attacchi terrestri.
Il fulcro della strategia di Donald Trump risiede in una riedizione moderna della dottrina Monroe, volta a stabilire un controllo indiscutibile sull’emisfero occidentale. Questa visione trasforma il Venezuela e la Groenlandia in tasselli di una sfera d’influenza, dove gli Stati Uniti operano per eliminare ogni presenza di esterna, ricalcando le dinamiche delle sfere d’influenza, tipiche della guerra fredda.
L’approccio però segna una profonda rottura, portando la tensione persino all’interno della rete di alleanze storiche. Le minacce indirette verso la Danimarca per la questione della Groenlandia, presentano una questione seria all’interno della Nato e pongono l’Europa di fronte alla necessità di valutare concretamente la sua politica di sicurezza e difesa comune. In poche parole,
ci troviamo in una fase di transizione pericolosa, simile al periodo tra le due guerre mondiali, che sancisce definitivamente la fine dell’ordine globale così come lo abbiamo conosciuto.
Direttore, l’arresto di Maduro in Venezuela va letto come un rovesciamento del regime?
C’è stato un cambio di guida, non di regime. Il regime non vede nessun tipo di movimento popolare di rivolta e le dichiarazioni di Trump per ora hanno isolato Maria Corina Machado, il cui proclama non è stato quello di una persona che si sta preparando ad assumere la guida di un Paese.
Delcy Rodríguez, presidente ad interim, dovrebbe preparare il terreno per un governo favorevole a Trump specie per gli scambi commerciali fra i due Paesi?
Sì, Rodríguez è ben nota a Washington, ma è un curioso modo di correlare fini e mezzi. Maduro ha sempre venduto il petrolio agli Stati Uniti e, con Petrocaribe, il Venezuela ha fornito in passato una piccola quota di petrolio a condizioni agevolate a 18 Paesi dell’America Latina e dei Caraibi.
Il petrolio venezuelano tuttavia non è essenziale né per il bilancio energetico Usa, né per quello cinese, per quanto Pechino sia al momento il maggior importatore. È abbastanza sorprendente che, per avere delle risorse, già fornite peraltro, fosse necessario montare un’operazione di polizia internazionale, secondo la definizione Usa.
Cos’è allora che interessa a Trump?
L’unica spiegazione concreta, affermata anche nella strategia di sicurezza nazionale, è il controllo dell’emisfero Ovest, quindi il famoso corollario della dottrina Monroe. Nel 1823 era una dottrina difensiva per evitare che altre potenze europee possano mettere in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti nell’emisfero, ben sapendo che allora gli Stati Uniti erano totalmente incapaci di farla rispettare. Man mano che gli Stati Uniti sono diventati una potenza, la capacità d’intervento e deterrenza nell’America Latina si è avverata, con 41 interventi in totale. Trump è in linea di continuità, con la differenza che in passato c’era una tolleranza per i regimi che non erano ideologicamente allineati al capitalismo.
Non è nemmeno una manovra per fermare il traffico di droga?
Intanto, lo stesso tribunale, che sta giudicando Maduro, ha lasciato perdere l’accusa che fosse il capo del Cartello dei Soli, di cui si parlava gergalmente negli anni ’90 e che prendeva il nome dal simbolo sulle mostrine degli alti ufficiali che lo componevano. Anche i collegamenti con la mafia del Tren de Aragua sono inconsistenti, per non parlare del fatto che il gruppo non fa grandi spedizioni di coca. Poi, se si dovesse seguire questo tipo di logica, Trump potrebbe mettere sotto pressione massima il Messico e non aver perdonato e liberato Juan Orlando Hernández, ex presidente honduregno, condannato nel 2024 per traffici di armi, droga e riciclaggio. Infine, il Venezuela è un Paese di transito, come altri, e poco rilevante per gli Usa.
L’unica ragione concreta è di tipo ideologico che lo porta a voler avere una sfera di influenza indiscussa e indiscutibile nell’emisfero occidentale.
L’Unione Sovietica lo faceva correntemente nel Patto di Varsavia e anche gli Stati Uniti durante la guerra fredda proprio in America Latina.
In campagna elettorale, Donald Trump al popolo Maga aveva fatto credere che gli Stati Uniti avrebbero abbracciato un periodo isolazionista.
L’isolazionismo americano, almeno nelle dichiarazioni, è sicuramente cambiato anche nella strategia di sicurezza nazionale. Quando affermano che non vogliano lasciare la Nato è perché non vogliono abbandonare un’importante rendita di posizione.
Anche le forti dichiarazioni che riguardano l’annessione della Groenlandia rientrano nella strategia?
Sì: la Groenlandia ne è considerata parte. Gli Stati Uniti hanno comunque una base, mantenuta senza problemi, come anche tutte le altre 14 anche durante tutta la guerra fredda. Se ci fosse stata una minaccia, gli Usa avrebbero potuto aumentare le basi e la presenza militare, ma non è stato fatto. In realtà la Russia non minaccia la Groenlandia e nemmeno la Cina. Quando il segretario di Stato, Marco Rubio, dice che nessun presidente esclude l’uso della forza è vero, anche se in passato si trattava di Paesi terzi.
Rubio sa bene che la Danimarca è un Paese alleato.
Si può naturalmente pensare ad una tattica di comunicazione aggressiva che alterna il poliziotto cattivo con quello buono, che invece offre di acquistare il territorio o comunque un accordo. Tuttavia nessuno ignora che le dichiarazioni possano avere effetti controproducenti, specie se si pensa che Kopenhagen è nella Nato e nell’Unione europea, dunque interessata dagli articoli 4 e 5 del Trattato atlantico e dall’articolo 42, comma 7 del trattato dell’Unione europea (ancor più stringente). Abbiamo la dichiarazione di 10 Paesi europei, quelle dei tre vertici dell’Ue (von der Leyen, Kallas, Costa), ma non di tutti e ventisette i membri. Quanto agli approvvigionamenti militari, sinora giustificati da una futura invasione russa dei Paesi baltici, restano frammentati come sempre e la coscrizione assente in quasi tutti i Paesi. Parliamo di questioni assai concrete. Siamo in una situazione simile agli anni ’20 e ’30, gli anni tra le due guerre, spero che non sia un periodo interbellico tra la guerra fredda ed una possibile prossima guerra mondiale, perché ci sono dinamiche estremamente simili.

