“Questo vento di mutazione” è il senso profondo del passaggio dei Magi secondo uno dei grandi della poesia del Novecento, Mario Luzi, che li vede “muovere al passo dei cammelli verso la Cuna” in una sua lirica, “Epifania”, scritta nel 1955. E la C maiuscola della Cuna sottolinea come quella culla non sia semplicemente il povero giaciglio di un bambino, ma qualcosa di altro, che ricorda un altare, un luogo sacro anche per tre persone (secondo alcuni di più, quattro per Tournier) che non condividevano la stessa fede dell’evangelista Matteo, l’unico a parlare di loro.
Luzi avverte qualcosa che loro hanno probabilmente sentito dentro: quel sottile vento di cambiamento che soffia da allora, “ancora oggi”.
Giovanni Pascoli a fine Ottocento pubblica una lirica che apparentemente non ha più al centro i Magi dell’Epifania, ma quella Befana che rappresenta la continuità popolare e arcaica con i miti di rinascita della natura. Un cedimento all’incredulità degli ultimi? No, semmai il contrario, l’ammissione di un uomo colto che quel mito originato dalle cerimonie di ringraziamento per aver avuto una buona raccolta nel prima e l’offerta affinchè vi fosse una rifioritura e una buona messe nel dopo aveva qualcosa di eterno, e alludeva anche all’attenzione per gli ultimi. Perché la grande vecchia (in Asia minore sono state scoperte maschere funebri sui corpi degli avi sepolti sotto il fuoco della capanna arcaica, e si credeva che una volta l’anno essi tornassero a recare doni attraverso il foro al centro del soffitto) nel suo volo vede belle case, ma anche misere abitazioni dove “la mamma veglia e fila/ sospirando e singhiozzando” su “bambini senza niente”.
Non sarà sfuggita quella associazione, da parte del laico Pascoli, tra lo sguardo sulla povertà dei lettini e quella apparsa ai tre ricchi signori che si trovano di fronte a una umile mangiatoia.
Anche l’irlandese William Butler Yeats dedicò nel 1914 una poesia ai Magi, visti non come trionfanti signori soddisfatti di aver trovato ciò che cercavano, ma come persone “perennemente in cerca”, mai appagati e consapevoli che dietro l’epifania -vale a dire la rivelazione- si cela il Calvario di un Bimbo destinato a cambiare la storia del mondo.
E contro una interpretazione troppo retorica, legata ad una sapienza che però nascondeva la ricerca di senso vero dei Magi, scrive una poesia quell’Edmond Rostand reso celebre dal “Cyrano de Bergerac” nel 1897: “due sapienti di Caldea” si perdono in calcoli astronomici con il risultato della scomparsa della stella che doveva guidarli. Solo il terzo “povero re nero, disprezzato dagli altri”, si affaccenda nella prosaica, umile, ma necessaria azione di dar da bere agli animali. E a lui si rivela finalmente “la stella d’oro che danzava silente”, a conferma che non dei dotti e sapienti è la strada del cuore, ma di chi si piega verso la sofferenza e le necessità dell’altro. Come quel bue apocrifo che riscalda con il suo fiato il neonato che trema per il freddo nella poesia “La stella di Natale” del grande scrittore russo Boris Pasternak, prima dell’arrivo dei tre Magi.
Una poesia drammaticamente attuale, del Nobel 1959 per la letteratura, Salvatore Quasimodo, ci aiuta a riflettere nel suo “Natale” come l’omaggio dei Magi che “nelle lunghe vesti/ salutano il potente Re del mondo” non abbia allontanato, in pieno Novecento, le guerre di un “fratello che si scaglia sul fratello”.
Fino a quei Magi cantati da un altro grande poeta, Giorgio Caproni, in continua ricerca, tesi “sempre a tentare, a chiedere,/ dietro la stella che appare e dispare,/ lungo un cammino che è sempre imprevisto”: perché anche la ricerca dei Magi non può finire dopo l’incontro con il Bambino.
La loro e nostra missione continua soprattutto dopo la rivelazione del senso delle cose.

