A voler focalizzare, due questioni, tra le altre – con molte delle quali sono intrecciate -, tengono banco in queste settimane: il caso “Almasri” e il “Trump-show”. Sul “capo-carceriere” libico – arrestato, appena arrivato in Italia, su mandato della Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità e subito liberato, anzi accompagnato a casa con un nostro volo di Stato – si spera che si concluda presto la querelle, magari dopo che avranno relazionato in Parlamento i ministri della Difesa Nordio e dell’Interno Piantedosi, essendosi defilata la presidente del Consiglio Meloni (nonostante le insistenze delle opposizioni: ma non sono queste – replicano dal centrodestra – a dover stabilire chi riferisce in aula!). Anche perché (pure senza la sfuriata di Vespa…) abbiamo capito tutti che la questione è piuttosto complessa e che, per quanto sia spiacevole, è meglio stendere su di essa un velo (poco) pietoso, per “ragion di Stato”. Come sapevano bene i furbi tedeschi che – con i loro problemi anch’essi -, dopo aver pedinato il condannato in giro per l’Europa, l’hanno segnalato all’Aia quando era arrivato in Italia a godersi una partita… E come sanno anche le nostre opposizioni che, dopo aver dovuto a malincuore applaudire la brillante operazione internazionale per la liberazione-lampo della giovane giornalista Cecilia Sala, non vedevano l’ora di aver qualcos’altro da rinfacciare alla troppo efficiente primadonna Giorgia. In realtà, il tema si riallaccia con la più ampia e ben più complessa questione “migranti”, che tiene sulle spine l’intera UE e gli stessi USA, e su cui il governo, che intenderebbe essere pressoché risolutivo, sta accumulando figuracce per l’infelice operazione Albania con ben tre plateali retromarce consecutive, imposte dalla magistratura. E si riallaccia, evidentemente, appunto con l’altra pluridecennale questione del rapporto politica-magistratura, dove appare sempre più evidente la prevaricazione della seconda sulla prima.
Sul “Trump-show”, a parte i giochi d’artificio iniziali, è comunque difficile che il discorso si concluda presto e, come se n’è parlato e scritto tanto, così si dovrà continuare a fare ancora per molto, dato che il tipo non sembra prediligere “conversioni”. E’ pur vero che sul canale di Panama e sulla Groenlandia s’è capito che l’ha voluta sparare grossa (o no?) e sui dazi a Messico e Canada li ha rinviati di un mese mentre è già disponibile a trattare con la Cina. Ma l’atteggiamento del tycoon, che s’è subito ritirato dall’Organizzazione mondiale della Sanità e dagli accordi di Parigi sul contrasto alla crisi climatica, appare preoccupante un po’ per tutti, nei quattro punti cardinali con il piglio di un nuovo imperialismo e in Occidente – come vuol precisare qualche acuto commentatore – con la deriva nazionalistica, populistica e ipercompetitiva in contrapposizione ad un’Europa che intenderebbe restare fedele – non si sa per quanto tempo ancora – al modello multipolare e più autenticamente democratico che avrebbe (avuto) in comune con gli USA. Anche questa seconda questione ha i suoi palesi collegamenti. Ad esempio con la “guerra commerciale” che si trascina da anni e che, al parere di molti, sarebbe dannosa per tutti, America compresa (forse poi l’ha capito anche Trump…). E si collega con le quinte colonne nel cuore dell’UE, rappresentate dallo slovacco Fico e dall’ungherese Orbàn, che fanno volentieri da sponda alla destra americana (sulla Meloni non si sa bene se in Italia piaccia di più il suo ruolo di mediatrice o quello di “fedele amica”). E ancora con le visioni geopolitiche e geostrategiche in merito a Israele (col “patto di ferro” siglato martedì…) e Ucraina (con il “benservito” all’eroe della resistenza Zelensky, già concesso al criminale patentato Putin grazie all’escamotage delle elezioni…). E intanto il “portaBorsa” Musk lancia, in parallelo col MAGA, persino il MEGA (Make Europe Great Again) che suona anche meglio ma che difficilmente può combinarsi col primo se non come tentativo di destabilizzazione universale.
Tra Libia e Usa
Ci sono due questioni, tra le altre - con molte delle quali sono intrecciate -, tche engono banco in queste settimane: il caso "Almasri" e il "Trump-show".