Dagli istituti a “una famiglia per ogni bambino”: la rivoluzione e la sfida delle religiose

Tra le religiose che tradizionalmente si occupano di bambini in orfanotrofi, istituti o comunità sta prendendo il via una vera e propria rivoluzione: toglierli dalle strutture e affidarli ai familiari stretti oppure a famiglie affidatarie o adottive, laddove possibile. E' questo l'obiettivo del programma "Catholic care for children" (Ccci) promosso dall'Uisg (Unione internazionale superiore generali), che lanciano in questi giorni un sito web dedicato. L'iniziativa è nata in Kenya, Zambia e Uganda e mira ad estendersi in altri Paesi. In Kenya 2.500 bambini non vivono più in istituto ma sono stati inseriti in famiglie.

(fonte Uisg)

Sono oltre 5 milioni i bambini nel mondo che vivono in orfanotrofi o comunità, anche se l’80% ha un genitore o un parente stretto. Molti sono stati allontanati a causa di disagi all’interno della famiglia di origine, altri hanno problemi di disabilità o non hanno nessuno che voglia occuparsene. La povertà e la mancanza di risorse di chi potrebbe prendersene cura è il motivo per cui vengono accolti nelle strutture. Per favorire la transizione dagli istituti alla famiglia, che siano parenti, adozioni o affido, le suore di tutto il mondo rappresentate dalla Uisg (Unione internazionale superiore generali) lanciano in questi giorni il sito internet del programma Catholic care for children (Ccci) che mira appunto all’obiettivo “una famiglia per ogni bambino”. Storicamente impegnate nella cura dell’infanzia in istituti e orfanotrofi, le religiose stanno attuando una vera e propria rivoluzione al proprio interno. Cercano di stare al passo con i tempi e con l’evoluzione della sensibilità e delle indicazioni delle Nazioni Unite – i testi di riferimento sono la Convenzione dei diritti del bambino del 1989, le Guide linea per la cura alternativa dei bambini del 2019 e la Risoluzione sui diritti del bambino del 2019 – per cercare di dare ad ogni bambino l’opportunità di vivere in una famiglia che se ne prenda cura e lo protegga, o almeno in una piccola comunità.  Il programma Catholic care for children è stato avviato inizialmente in Uganda, Zambia e Kenya e poi reso noto a livello internazionale dalla Uisg nel 2020. Finora

in Kenya 2.500 bambini non vivono più in istituto ma sono stati inseriti in una famiglia,

grazie al lavoro del Ccci e dei loro collaboratori nelle diocesi, in contatto con organizzazioni e agenzie governative.

(fonte Uisg)

Un sito per fare rete e scambiare buone prassi. Il sito inaugurato il 15 novembre è in lingua inglese, ma a breve avrà anche una versione italiano, spagnolo e francese. Permetterà alle religiose di fare rete, condividere buone prassi, scambiare risorse ed esperienze e far conoscere il loro impegno all’opinione pubblica mondiale. Un impegno fondato sull’imperativo evangelico di prendersi cura dei più fragili e sulla dottrina sociale della Chiesa.

Al centro suor Patricia Murray, a destra suo Nikula Perera (fonte Uisg)

Suor Patricia Murray, segretaria esecutiva della Uisg, parla di “rivoluzionare questo settore”, per cui “le suore dovrebbero essere in prima linea in queste iniziative”, mettendo in atto “un cambiamento sistemico e condividendo le buone pratiche esistenti”. Per suor Nadia Coppa, presidente della Uisg, “il sito contribuirà profondamente alla nostra crescita, consentendoci di familiarizzare con esperienze, metodi e risorse che promuovano questa nuova idea di futuro e di trasformazione sociale”. Per suor Niluka Perera, coordinatrice Uisg di Catholic care for children international, permetterà di “condividere strategie lungimiranti che gli istituti religiosi stanno sviluppando”.

Attualmente il programma Ccci opera in oltre 200 luoghi e iniziative diverse e sta cercando di espandersi in altri Paesi. Molte religiose africane si sono infatti formate in scienze sociali a livello accademico e stanno dando un contributo importante nel connettere centinaia di bambini con i parenti o con famiglie affidatarie o adottive, assicurandone la protezione e la salvaguardia e collaborando con le istituzioni e i tribunali locali. In Kenya, ad esempio, almeno 116 suore partecipano al programma Catholic care for children international.

Kenya, la storia di Celine. Tra le storie condivise dalla religiose, quella della piccola Celine, in Kenya. La bimba era malnutrita e anemica quando è stata affidata alle cure delle suore dell’Amukura Orphanage Home, ad Amukura. La madre, Nancy, soffriva di una malattia mentale quando rimase incinta. Senza servizi sociali o supporto di nessun tipo, perfino durante la gravidanza, Nancy è costretta a chiedere l’elemosina ai venditori del mercato, a raccogliere cibo dai bidoni della spazzatura o rubarlo per sopravvivere. La bimba nasce e vive in quelle condizioni, rischiando seriamente di morire. Quando ha sei mesi un barista contatta un poliziotto che porta Celine all’Unità di protezione dei bambini e quindi viene accolta nell’orfanotrofio di Amukura. Suor Judith, amministratrice dell’orfanotrofio, e Caroline, un’assistente sociale, collaborando con la polizia riescono a parlare con Nancy e ad affidare Celine ai nonni e allo zio, che ora si prendono cura di lei con amore. Secondo una tabella pubblicata sul sito, in Kenya, grazie a queste prassi, c’è stato negli ultimi anni un calo considerevole dei bambini accolti negli istituti.

(fonte Uisg)

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