Pace. Sacru: “Costruirla insieme, vittime e responsabili delle offese”

In occasione dell’International Day of Peace che ricorre oggi sul tema “End racism. Build peace”, gli spunti di riflessione e le proposte della Strategic Alliance of Catholic Research Universities (Sacru). In ottobre un simposio a Roma sulla guerra in Ucraina e la possibilità di costruire la pace sul modello dì Maria

(Foto ONU/Manuel Elias)

Oggi ricorre l’ International Day of Peace istituito nel 1981 dall’Assemblea generale delle Nazioni unite, che nel 2001 ha designato la Giornata anche come periodo di non violenza e di cessate il fuoco. Tema di quest’anno End racism. Build peace, (Porre fine al razzismo. Costruire la pace), per sottolineare il ruolo della discriminazione razziale nei conflitti. “La pandemia di Covid-19 in corso ha dimostrato che alcuni gruppi etnici sono stati colpiti molto più duramente di altri”, mentre “la guerra in Ucraina si è aggiunta ai numerosi conflitti in tutto il mondo che causano fuga di persone e loro discriminazione alle frontiere”, sostiene la Strategic Alliance of Catholic Research Universities (Sacru), network composto da otto Università Cattoliche di quattro continenti, di cui è capofila l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Creare spazi di fiducia e favorire il disarmo. “È essenziale incoraggiare una cultura della pace” fondata sul principio della “sicurezza comune e condivisa”. Per questo, sostiene Albert Carames Boada (Universitat Ramon Llull – Spagna), occorre “creare spazi di fiducia, promuovere l’ampliamento e la difesa dei diritti umani, favorire il disarmo piuttosto che l’escalation degli armamenti”. Nella lotta contro il razzismo è essenziale “rendere compatibili i diritti di tutte le persone” con“particolare attenzione al diritto di asilo, all’apertura delle comunità agli stranieri, alla valorizzazione della diversità culturale, all’attenzione per le persone vulnerabili e all’umanizzazione delle relazioni sociali”.

Sfide sociali e politiche multilivello. “Il razzismo influisce sulle opportunità di carriera e di vita, sulla salute personale e pubblica e sulla durata della vita, favorendo l’instabilità politica e i conflitti e minando il benessere, la mobilità sociale”. Ne è convinta Ana Maria Evans (Universidade Católica Portuguesa) . “Una politica antirazzista efficace – assicura – deve combinare un approccio a più livelli che coinvolga le istituzioni multilaterali, la legislazione nazionale, le iniziative locali, la policy aziendale, l’impegno della società civile e i progressi tecnologici”, e al tempo stesso garantisca “meccanismi di monitoraggio e applicazione efficaci”.

Il colore della povertà e della fame. “Forme brutali di repressione razziale ci fanno assistere a molteplici forme di terrore in tutto il mondo” con “un impatto sproporzionato sui gruppi razziali non bianchi, in particolare donne nere e indigene. Tuttavia, dobbiamo prestare attenzione e cura anche ad altre forme di violenza”, avverte Thula Pires (Pontifícia Universidade Católica do Rio de Janeiro). Ad esempio, durante il Covid-19, la non equa distribuzione dei vaccini. Oppure, analizzando la mobilità forzata globale, “si scoprirebbe che le persone nere non sono desiderate, sia in tempi di stabilità sia di guerra”; inoltre “è sempre la popolazione non bianca a soffrire maggiormente la fame nel mondo”. Fame, povertà e oppressione hanno un colore ben preciso:

“non c’è pace nel razzismo”.

Una guerra senza precedenti. Per Claude Romano (Australian Catholic University), “l’ ‘operazione speciale’ lanciata da Putin” rappresenta “una forma di guerra senza precedenti, con l’arma nucleare usata come arma aggressiva e dissuasiva per la prima volta dalla seconda guerra mondiale. La trasformazione in una licenza illimitata di aggressione impunita porta di conseguenza tutti gli altri Paesi a intervenire direttamente militarmente sotto la minaccia di un conflitto mondiale nucleare”. Il 5 e il 6 ottobre la Australian Catholic University promuove nel suo campus di Roma il convegno “Unwounded World: A Marian Peace for our Shared Future” che, dedicato alle sofferenze di bambini, donne e uomini a Mariupol, “affronta la possibilità di una politica futura attraverso Maria come simbolo universale di pace e protezione dalla violenza”.

I diritti dei Mapuche. Si sofferma sulla bocciatura, nei giorni scorsi in Cile, della nuova Costituzione, Fernando Pairican (Pontificia Universidad Católica de Chile), spiegando che nel Paese due milioni di persone si identificano come indigeni (il 13% della popolazione totale), la maggior parte dei quali appartiene al gruppo etnico dei Mapuche. Tra i diversi obiettivi del nuovo testo costituzionale respinto, il riconoscimento in Cile di “uno Stato plurinazionale e interculturale”. Lo studioso parla di “campagna anti-indigena non ancora conclusa in Cile”, con alcuni “che vedono nella vittoria del no un’opportunità per isolare ulteriormente i Mapuche”. “Le riforme politiche e interculturali restano il modo migliore per affrontare questi diritti in un clima di pace, ma il voto del referendum dimostra che è necessario che coloro che si sentono rappresentati dal movimento mapuche avviino un processo di maggiore articolazione per evitare di essere rimandati all’isolamento politico”.

Costruire insieme pace e giustizia. “Raggiungere la vera pace comporta molto più che deporre le armi. Richiede la costruzione di società in cui tutti sentano di poter prosperare. Si tratta di creare un mondo in cui le persone siano trattate secondo uguaglianza” afferma Claudia Mazzucato (Università Cattolica del Sacro Cuore). “La pace positiva non è un’opzione, bensì una necessità per sopravvivere. Prendere sul serio questa affermazione richiede, a sua volta, l’impegno serio in favore di interventi ‘dal basso’, in cui coloro che sono colpiti da conflitti e violenze – le persone offese e i responsabili delle offese – possano partecipare insieme, attivamente e in modo volontario, alla costruzione di un futuro assieme”. E conclude:

“Sono gli strumenti della diplomazia riparativa e della giustizia riparativa”.

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