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L’Afghanistan dei talebani. Piagnerelli (Rai): “Il popolo è forgiato dalle avversità, sa come andare avanti”

L’inviato è stato in varie aree di conflitto nel mondo ma non era mai stato in Afghanistan: “L’ho trovato meno pericoloso di quello che immaginavo. I talebani lo controllano con un regime del terrore e per ora a parte l’Isis non hanno nemici. Di sicuro l’ho trovato più povero di quello che pensavo. Si vede già sulla pelle delle persone che la situazione sta cambiando. Non c’è più contante, ci sono le file alle banche"

(Foto ANSA/SIR)

La guerra non c’è ma un presente di fame, violenze e disperazione, scuote le vite di chiunque. Ilario Piagnerelli, inviato di Rai news24, fino a quattro giorni fa era in Afghanistan. Prima a Kabul, poi nella zona centrale di Bamiyan, dove erano le statue dei Buddha distrutte nel 2001, vicino ai laghi di Band-e-Amir, il giornalista e un operatore, Andrea Vaccarella, hanno trascorso 15 giorni nel Paese controllato da agosto scorso dai talebani. “Ci siamo dovuti allontanare dalla città perché sembrava che gli alberghi fossero obiettivo di un attentato dell’Isis”. L’inviato è stato in varie aree di conflitto nel mondo ma non era mai stato in Afghanistan. “L’ho trovato meno pericoloso di quello che immaginavo. I talebani lo controllano con un regime del terrore e per ora a parte l’Isis non hanno nemici. Di sicuro l’ho trovato più povero di quello che pensavo. Si vede già sulla pelle delle persone che la situazione sta cambiando. Non c’è più contante, ci sono le file alle banche. Si pensa che in inverno mancherà la legna. Il governo non riesce a pagare i rifornimenti esterni di energia o alimentari. Abbiamo avuto modo di visitare il centro logistico del World food programme delle Nazioni Unite dove arrivano tonnellate di farina e olio in treno dall’Uzbekistan. Il programma cerca di evitare intermediari talebani ma allo stesso tempo vuole che forniscano accesso al territorio”.

Anche se le guerre hanno lacerato il Paese e il ritorno dei talebani è stato un duro colpo, l’inviato afferma di aver conosciuto “un popolo estremamente forgiato dalle avversità. Un popolo autonomo che sa come andare avanti anche in condizioni difficili”.

Il primo contatto della troupe è stato con i talebani. “Avevano ricevuto l’ordine del loro portavoce, Zabiullah Mujahid, di agevolare in tutti i modi il nostro lavoro. Dopo i primi sguardi torvi, alla vista del lasciapassare spalancavano un sorriso. Sono totalmente nelle mani di chi decide in alto, non hanno alcuna autonomia. La guida locale ci ha detto che al momento della presa del potere chi ha aderito lo ha fatto per assicurarsi un futuro migliore”. L’inviato racconta di episodi e scene drammatiche nella capitale. “In una stazione di polizia abbiamo assistito a un processo a una donna che era stata costretta a sposarsi con un uomo con cui era fuggita e aveva avuto un figlio. Lei voleva il divorzio ma i talebani e la sua famiglia, che la aveva portata alla stazione di polizia, non erano d’accordo. Abbiamo avuto quindi un esempio di ciò che sta avvenendo a livello giudiziario dove la sharia è stata imposta”. Un altro incontro che Ilario racconta è quello con l’attivista afgana Mahbooba Saraj di 73 anni. “Avrebbe potuto andare via dal Paese ma ha deciso di restare. Discende dalla famiglia reale e dice di sentire nel suo Dna la difesa del popolo. Mi ha detto che i talebani non sanno che ricchezza stanno sequestrando in casa, riferendosi alle ragazze istruite costrette a smettere di lavorare o studiare. Mi ha ribadito che lei lotterà per queste ragazze”. Ilario cita anche l’intervista al parente dell’operatore afgano di una Ong californiana, una delle dieci vittime dell’esplosione del missile lanciato dal drone americano ad agosto su una macchina creduta per errore una autobomba. “Il dipartimento di Stato Usa ha riconosciuto un indennizzo in denaro e porterà la famiglia negli Stati Uniti. Mi ha raccontato che di alcuni bambini non è stato trovato nulla dopo l’esplosione”.
Altro incontro significativo raccontato dal giornalista è quello con una ragazza di 13 anni, Diana, incontrata insieme alla famiglia nella regione dei laghi. “Diana sogna di fare l’astronauta. Mi ha detto in un inglese impeccabile che vuole continuare a studiare e che trova assurdo che le ragazze non possano andare a scuola”. Fra i servizi che Ilario è riuscito a realizzare in Afghanistan c’è il reportage sotto i ponti di Kabul, dove i tossicodipendenti vengono radunati e portati via in massa dai talebani che dichiarano ufficialmente di volere distruggere le piantagioni di oppio da cui si ricava l’eroina.
Il ritorno in Italia per Ilario e l’operatore è stato rocambolesco: “Al confine con Uzbekistan le guardie ci hanno respinto dicendo che il passaggio era chiuso per via delle elezioni. Per tre giorni siamo stati respinti mentre eravamo costantemente seguiti dalla Farnesina e dalla Rai. Ogni volta che uscivamo dall’Afghanistan i talebani ci timbravano il passaporto ed è stato difficile spiegare il perché venivamo respinti. Alla fine siamo riusciti a prendere un aereo grazie a una Ong italiana”.

Alla domanda se abbia mai avuto paura, Ilario risponde che una notte all’ennesimo check point uno dei soldati aveva una fascetta in testa con la scritta “Allah è uno e Maometto è il suo profeta”. “Avevamo paura perché la nostra guida ci aveva avvertito che chi la indossa è un aspirante attentatore ma non è successo nulla”.

Il giornalista non ha avuto occasione di incontrare la comunità cattolica però racconta di essersi ritrovato davanti alla sede di quella che era l’ambasciata italiana dove prima c’era l’unica chiesa cattolica di Kabul. “L’ambasciata non dovrebbe esser stata saccheggiata a differenza di altre ed è abitata ora dai talebani. Abbiamo scoperto che esiste un canale di comunicazione con l’Italia. Quando abbiamo chiesto di poter visitare la ex sede diplomatica i talebani infatti hanno chiamato Doha dove l’ambasciata ha riparato. La Farnesina infatti si è messa subito in contatto con noi. In prospettiva è possibile che prima o poi riapra”. Del grande dramma umanitario, Ilario ricorda i tanti bambini mendicanti incontrati nelle strade. “Battono sui finestrini delle macchine finché non ricevono una moneta o qualcosa da mangiare”. E poi l’immagine forse più dolorosa: una donna con il burqua e il figlio in braccio seduta a elemosinare in mezzo alla carreggiata di una strada ad alto scorrimento. “Un’immagine mai vista. Molto impressionante. Potevano rischiare la vita in ogni istante”.

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