Il drammatico controesodo dei migranti venezuelani, tra stigmatizzazione e quarantena in “campi di concentramento”

La pandemia sposta nuovamente i flussi migratori in America Latina. Numerosi venezuelani, che in tempo di quarantena si sono trovati senza alcuna protezione nei Paesi dove si erano rifugiati, attraversano ora a ritroso la frontiera tra Colombia e Venezuela, dopo aver spesso camminato per centinaia di chilometri. L'obiettivo? Tornare a casa, perché all'estero hanno conosciuto xenofobia e stigmatizzazione. La stessa che li accoglie al rientro, additati come untori

Meglio morire di fame o di coronavirus soli come cani, in mezzo a una strada, a Guayaquil o a Lima, o nella propria casa, a fianco dei propri cari? Il crudo interrogativo spiega perché, dopo l’esodo forzato, di proporzioni gigantesche, il dramma dei venezuelani conosce anche un inizio di contro-esodo, forzato anch’esso da condizioni di vita proibitive. La tendenza è visibile ormai da settimane. Numerosi venezuelani, che in tempo di quarantena si sono trovati senza alcuna protezione nei Paesi latinoamericani dove si erano rifugiati (per lo più Colombia, Ecuador, Perù), attraversano la frontiera tra Colombia e Venezuela, dopo aver spesso camminato per centinaia di chilometri.

Secondo l’ong Provea, in poche settimane sono rientrate 35mila persone solo per i passi frontalieri ufficiali. Ma se si aggiungono coloro che entrano clandestinamente attraverso la lunghissima frontiera tra Colombia e Venezuela, i numeri salgono, e la stesso Provea stima che siano tremila al giorno gli ingressi dei migranti di ritorno.

All’estero senza casa, lavoro e alimenti. “E tutto questo avviene – spiega al Sir Carolina Jiménez Sandoval, responsabile ricerche di Amnesty international per le Americhe, esperta di migrazioni e collaboratrice del centro Gumilla di Caracas – senza che sia venuto meno nessun motivo per il quale oltre 5 milioni di venezuelani sono stati costretti ad abbandonare il proprio Paese”. Anzi, forse la situazione è peggiorata. “L’esodo venezuelano non ha precedenti nel nostro continente, al mondo è la seconda crisi dopo quella siriana” prosegue la ricercatrice. Oltre 5 milioni di persone hanno lasciato un Paese allo stremo. Pensare che siano disposti a tornare in quell’inferno, dà l’idea di che cosa stiano diventando le città degli altri Paesi latinoamericani durante la quarantena. “Di questi 5 milioni, almeno 3 si sono fermati tra Colombia, Ecuador e Perù – prosegue Carolina Jiménez -. Spesso vittime di stigmatizzazione, hanno cercato di sopravvivere attraverso occupazioni precarie e informali. Con l’arrivo della pandemia, si sono trovati senza lavoro, spesso senza accoglienza, anche perché anche le organizzazioni umanitarie hanno dovuto ridurre le proprie attività, o senza poter pagare il proprio affitto. Così, molti hanno deciso di tornare, anche se di loro sappiamo pochissimo. Ma preoccupa moltissimo anche la situazione di coloro, che sono comunque la grande maggioranza, che restano nei Paesi di destinazione”.

Cammino pieno di ostacoli. Non bisogna dimenticare, come ci spiega Óscar Calderón Barragán, colombiano di Cúcuta (frontiera con il Venezuela) e da qualche mese direttore del Servizio gesuita ai rifugiati (Sjr) dell’America Latina, che “soprattutto Perù ed Ecuador hanno ristretto le proprie politiche di accoglienza, richiedono il visto e non hanno attuato politiche specifiche per i rifugiati e per il loro inserimento. Assistiamo inoltre, proprio in un momento così difficile, a una diminuzione del 3 per cento dei finanziamenti alle organizzazioni internazionali che si occupano di migrazioni”.

Ultimi degli ultimi nei Paesi di accoglienza, i venezuelani che tornano affrontano un cammino pieno di ostacoli, additati come “untori” dalle popolazioni che incontrano nel loro cammino. “L’opinione pubblica dei vari Paesi – prosegue il direttore del Sjr – chiede in questo momento politiche per la popolazione nazionale e frontiere chiuse”. Perciò, quando arrivano al confine con il loro Paese d’origine, i migranti si trovano di fronte all’alternativa di attendere in coda di passare per la frontiera “ufficiale”, con la prospettiva certa di dover vivere un forzato periodo di quarantena, o di passare attraverso le “trochas” le innumerevoli vie di passaggio clandestine, “gestite da bande criminali e trafficanti di esseri umani”, afferma ancora Calderón.

Trattati come traditori. Una volta arrivati in Venezuela, il programma per i “migranti di ritorno” prevede la quarantena, e il loro rimpatrio non risulta particolarmente gradito al regime di Maduro, come spiega Carolina Jiménez: “I ministri di Maduro li stigmatizzano, li accusano di essere traditori della patria. Del periodo di quarantena sappiamo pochissimo, ma certamente sono ammassati in centri inadeguati dal punto di vista igienico e sanitario”. La conferma arriva dalle altre “voci” venezuelane raccolte dal Sir.

“È una situazione difficilissima – dice padre Eduardo Soto Parra, direttore del Servizio gesuita ai rifugiati del Venezuela -. Scontiamo in questa emergenza la mancanza di una politica regionale complessiva sulla migrazione venezuelana, un fenomeno mai visto che non ha avuto risposte. Anzi, i nostri connazionali

all’estero hanno conosciuto xenofobia e stigmatizzazione, politiche restrittive, carenza di prospettiva umanitaria,

con la parziale eccezione della Colombia. Molti tornano anche perché non riescono più a inviare le rimesse ai propri parenti, una cosa molto importante in un Paese che tiene molto alla famiglia. Non dobbiamo dimenticare che molti sono partiti lasciando i figli piccoli con i nonni, o con i fratelli maggiori. Così si spiega questo desiderio di tornare, che però a mio avviso è passeggero. Una volta terminata l’emergenza, coloro che tornano lasceranno nuovamente il Paese. Attualmente, come Sjr del Venezuela abbiamo cercato di aprire un canale umanitario”. Una cosa non semplice, in tempi di frontiere francobollate: “A Cúcuta c’è il numero chiuso per passare in Venezuela, la situazione è al collasso totale e anche per le nostre organizzazioni non è facile intervenire con generi di prima necessità”.

Quarantena in veri “campi di concentramento”. Un quadro allarmante arriva anche da Rafael Uzcategui, coordinatore dell’organizzazione Provea (Programma di educazione e azione per i diritti umani), una delle ong più attive nel campo della difesa dei diritti umani in Venezuela: “Riceviamo denunce molto preoccupanti sui luoghi di quarantena, gestiti da militari o milizie armate”. La descrizione delinea dei veri e propri campi di concentramento: “Non abbiamo informazioni chiare, ma le segnalazioni parlano di sovraffollamento, assenza di personale medico, luoghi senza servizi igienici, acqua e corrente elettrica. Stiamo facendo pressione sulle organizzazioni internazionali”.

Fuori, c’è il Venezuela degli ultimi anni, in perenne crisi economica, penuria di alimenti e carburanti, frequenti blackout, criminalità. A tutto questo si aggiunge la pandemia del Covid-19, che secondo le cifre ufficiali è assai contenuta nel Paese: “Il Governo mostra qualche attenzione solo per Caracas e le regioni centrali – denuncia Uzcategui -. Si fanno pochi tamponi, 50 al giorno in tutto il Paese. Inoltre il virus si è diffuso con più lentezza perché i voli settimanali dall’Europa rimasti erano solo otto”. Ma ora, anche a causa di questa migrazione di ritorno, anche il contagio potrebbe divampare, in un Paese totalmente impreparato dal punto di vista sanitario.

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