Nel Mediterraneo centrale si continua a morire. Secondo l’Oim, dall’inizio dell’anno almeno 725 migranti hanno perso la vita. A molti di loro non si riesce a dare un nome. Ne abbiamo parlato con la biologa marina Dalila Ardito, originaria di Alcamo e residente nella diocesi di Catania, consigliere nazionale del settore adulti di Azione Cattolica e volontaria da anni nel salvataggio dei migranti. “In realtà, all’inizio – spiega al Sir – non è stata proprio una scelta volontaria. Tutto è partito da quel 3 ottobre 2013 quando credevo di essere stata chiamata per un’emergenza che riguardasse il mio lavoro e invece mi sono ritrovata di fronte a un mare di corpi che galleggiavano senza vita. Dopo diversi recuperi, voler dare dignità a chi sognava un futuro migliore e invece ha trovato la morte, è diventata una scelta di vita. Grazie a Dio spesso ho la possibilità di poter parlare con chi riesce a sopravvivere, e quello che mi colpisce di più è che dietro il coraggio di scegliere di intraprendere un viaggio disperato, c’è sempre un motivo di speranza e una grande capacità di affidamento”.

Foto Dalila Ardito
Cosa significa per Lei dare un volto e un nome a chi ha perso la vita nel Mediterraneo?
“In alcuni momenti, mentre mi trovavo nel Mediterraneo, mi è capitato di sentire quel mio essere là, come una ‘croce’. E mi chiedevo perché il Signore aveva voluto mettermi nel cuore questo peso… l’ho lasciato agire in me e attraverso me, e a poco a poco ho cominciato a pensare che, se mi vuole in mezzo a quel mare, lontano dalla mia vita, dai miei affetti più cari, è per far sì che i sogni di questi fratelli non rimangano nelle stive di quelle barche in fondo al mare, ma anche attraverso me, vengano tenuti in vita facendo in modo che possano prendere forma nelle vite delle persone che incontro e alle quali racconto l’esperienza vissuta in quelle acque. Con il tempo ho capito che il peso che sentivo nel cuore, quella ‘croce’, è il sentirsi responsabile di tutta la realtà che ogni giorno mi capita tra le mani. Provare a dare un volto e un nome ai tanti fratelli che hanno perso la vita nel Mediterraneo mi ha insegnato a riconoscere la postura che ogni battezzato dovrebbe assumere e cioè vivere la domenica in ogni giorno nella settimana, vivere mettendo in pratica la Sua Parola, vivere da figli suoi e quindi vivere per essere per qualcuno”.
C’è un episodio o un volto che porta nel cuore?
“Qualche tempo fa durante un’operazione di salvataggio, ho conosciuto Fati, una donna eritrea di 23 anni, che per regalare ai suoi bambini il sogno di un futuro migliore, aveva trovato il coraggio di attraversare con loro quel mare che dà speranza nonostante la paura. Di Fati ricordo il suo sventolare in aria quello zaino, apparentemente vuoto, mentre chiedevo se avessero bisogno di qualcosa. Lo agitava con un sorriso stremato ma felice dicendomi che tutto quello che poteva servire loro era lì dentro: alcune foto, dell’acqua e dei colori per i bambini, questo era il contenuto di quella sacca: ‘per ricordare, per vivere e per tenere acceso il futuro’. Erano solo quelle le cose necessarie; più della casa, più degli oggetti che noi definiamo di valore, più dei soldi che aveva completamente perso per pagare quel viaggio al quale avrebbe potuto non sopravvivere. E mentre lei raccontava, pensavo a noi che abitiamo nella parte ‘giusta’ del Mediterraneo e a quanto tempo ogni giorno perdiamo dietro al lavoro, alla casa, alla carriera, a giudicare gli altri… senza occuparci della vita, perché per Fati, l’essenziale, era che lei e i suoi due figli, fossero ancora vivi. Ecco il senso più profondo del mio impegno, provare a far comprendere agli altri quanto sia importante già solo il fatto di essere ancora vivi, non solo del Mediterraneo, ma soprattutto qui, in Occidente, dove ci siamo abituati alla vita”.

Foto Dalila Ardito
Molti giovani partecipano ai suoi incontri. Cosa li spinge?
“Non so esattamente cosa li spinge a partecipare: in cuor mio spero che uscendo da quell’incontro riescano ad avere un punto di vista altro e alto nei confronti della loro vita, che non si lascino intorpidire dall’abitudine e che comprendano che è importante accorgersi degli altri, perché la vita non sia scandita dalle cose da fare, ma da persone da vivere. Senza per forza andare nel Mediterraneo, perché quello che racconto è un caso limite, che sconvolge e magari fa riflettere, ma le persone da vivere ci passano accanto ogni giorno, in tutti gli ambienti che abitiamo. Spero che quel mio dialogare con loro, che emotivamente mi costa tanta fatica, perché mi fa rivivere ogni singolo momento di quello che vivo in mare, possa portarli a richiedere sempre la verità a questo mondo che spesso tende a nascondere, a dire le cose a metà… spero che la mia fatica dia loro la forza per pretendere adulti che siano all’altezza dei giovani essendo per loro esempi di vita e umanità. Perché si potrà ancora scrivere una storia, si potrà parlare di futuro, solo se sceglieremo di essere e restare umani”.

