Due titoli di richiamo, con cui entrare in partita con sguardo attento. Anzitutto “The Drama” di Kristoffer Borgli, targato A24 che poggia sui divi hollywoodiani Zendaya e Robert Pattinson. Un film che parte come una rom-com ma che si rivela ben presto uno psicodramma relazionale con richiami anche a fatti di cronaca negli Stati Uniti. È uscito durante la Settimana Santa “Il Vangelo di Giuda” firmato Giulio Base, il racconto della vita e della Passione di Gesù attraverso il punto di vista di Giuda. Un film cristologico che sceglie una prospettiva di racconto originale, atipica.

“The Drama. Un segreto è per sempre” (Cinema, 1° aprile)
La forza attrattiva del film è tutta nel cast: Zendaya e Robert Pattinson. In questo è stato di certo molto abile il regista norvegese Kristoffer Borgli, classe 1985 con tre titoli all’attivo. Parliamo di “The Drama”, da lui scritto e diretto che poggia sulla performance dei due divi di Hollywood molto popolari per filmografia e ritorni di box office. Zendaya è la coprotagonista di “Dune”, già apprezzata in “Challengers”; Pattinson, esploso con “Twilight”, ha fatto centro con “Tenet” e “The Batman”. Nel film di Borgli interpretano una coppia a un passo dalle nozze che precipita in una vertigine di insicurezze.
La storia. Boston, oggi. Charlie ed Emma si conoscono in un caffè. Si piacciono immediatamente e vivono una storia che li porta subito alla convivenza e poco dopo al progetto di matrimonio. A pochi giorni dalle nozze, mentre provano il menù al ristorante con i testimoni Mike e Rachel, decidono di confessarsi un accadimento del proprio passato che li imbarazza, “indicibile”. Quando Emma confida il suo, risalente ai tempi dell’adolescenza, in cui era isolata e bullizzata, lascia tutti esterrefatti. Charlie inizia a domandarsi chi sia veramente la donna che sta per sposare…
Non è un film facilmente incasellabile in un genere. “The Drama”, infatti, parte come una rom-com che vira poi in un dramma sentimentale con lampi da black comedy-psicodramma. Il film mette a tema il dialogo, il rapporto fiduciario, tra due fidanzati; apparentemente pensano di conoscere tutto l’uno dell’altra, ma quando, per un futile gioco, finiscono per mettere in condivisione irrisolti del proprio passato, le apparenze crollano e i dubbi deflagrano. Il film però non è solo un percorso di scoperta e accettazione dell’altro, nella costruzione di una relazione, ma esplora anche fratture sociali dolorose del Paese “a stelle e strisce”: le violenze nelle scuole e la diffusione delle armi da fuoco senza controlli. Un mix tematico che di certo rende l’opera alquanto complessa, che richiede di essere maneggiata con cura. E forse proprio qui sta il punto debole del film, dal copione così ondivago e sovraccarico, che rischia di passare in rassegna i vari temi in campo con rapidità e superficialità. Alla fine, quello che importa al regista, non è una critica sociale, uno sguardo nelle zone d’ombra dell’America, ma una radiografia delle relazioni tra verità e apparenze. Bene dunque gli interpreti, meno per la linea di racconto, tra dialoghi annacquati e poco incisivi. Complesso, problematico, per dibattiti.

“Il Vangelo di Giuda” (Cinema, 2 aprile)
Giulio Base è un regista, sceneggiatore e attore con una carriera quarantennale. Direttore in carica del Torino Film Festival, nel corso degli anni ha alternato cinema e Tv, dimostrando grande attenzione ai temi religiosi. Tra i suoi titoli: “Padre Pio”, “L’inchiesta” e “Bar Giuseppe”. Ora è nei cinema con “Il Vangelo di Giuda”, presentato al 78° Locarno Film Festival. Base ha diretto, scritto e prodotto il film che racconta la vita, la Passione e la morte di Gesù attraverso lo sguardo dubitante dell’apostolo Giuda. Tra gli interpreti Giancarlo Giannini (voce narrante), Rupert Everett, Paz Vega e Vincenzo Galluzzo. Prodotto da Agnus Dei, Minerva Pictures e Rai Cinema, è nelle sale dal 2 aprile.
La storia. Gerusalemme, monte Golgota, Gesù spira sulla croce, e nello stesso momento Giuda non poco distante si sta togliendo la vita. La sua voce conduce lo spettatore a riavvolgere il filo della sua storia, da un’infanzia infelice in una casa di prostituzione dove è prima vittima di abusi e poi ne diventa l’amministratore, gestendo anche la vita della sorella Maddalena. Intelligente e scaltro, rimane spiazzato dall’incontro con Gesù. Il suo entusiasmo per il Messia va però di pari passo con diffusi dubbi…
Forte di una solida esperienza cinematografica ma anche di studi teologici, Base decide di confrontarsi con Gesù e il dramma della Passione scegliendo però un iter narrativo “atipico”, meno ricorrente nella vasta e varia storia del cinema cristologico. Adotta come punto di osservazione l’apostolo che ha tradito Cristo. Tratteggia in parallelo le due storie, le due morti avvenute lo stesso giorno: il primo sulla Croce per la salvezza dell’uomo, il secondo nella vergogna per impiccagione. Una morte che Base vuole collegare, per tracciare una relazione quasi “necessaria”.
Con richiami a “L’ultima tentazione di Cristo” di Scorsese – qua e là rimandi anche a Pasolini, Zeffirelli e alla serie “The Chosen” –, Base compone un suo personale sguardo sulla vita e morte di Cristo partendo dalla posizione del traditore, di colui che ha scelto di abitare il male, raccontandone anche le fragilità che lo hanno spinto nella vertigine del peccato. Nel film non inquadra mai Giuda, ma lo lascia di spalle attivando nello spettatore l’idea di aderire al suo sguardo, di entrare in soggettiva nella storia. Il regista desidera dare umanità e profondità alla figura di Giuda, affinché emerga in maniera più complessa, espressione di un’umanità imperfetta e incline alla caduta. Stilisticamente, il racconto è ruvido, spigoloso, senza abbellimenti. Un’opera acuta e audace, da gestire con prudenza a livello tematico, proprio per le libertà narrative assunte che possono essere soglia, se non adeguatamente mediate, di smarrimento. Complesso, problematico, per dibattiti.

