Le conseguenze traumatiche del referendum sulla maggioranza di governo – su tutte, la lunga serie di dimissioni – per quanto rilevanti, non possono far passare, in secondo piano, la sorprendente affermazione del no alla riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati voluta caparbiamente dall’esecutivo. I segnali incoraggianti, venuti dalla prova referendaria, sono tali da far guardare con più fiducia e speranza alla capacità dei cittadini di rispondere nei momenti decisivi per il Paese. La pessima campagna referendaria condotta da entrambi i fronti, anziché scoraggiare, come da ogni parte si temeva, ha stimolato la partecipazione dei cittadini in genere e, in particolare, quella dei giovani, considerati disimpegnati e lontani dalla cosa pubblica. Al di là del risultato, gli italiani, recandosi in massa alle urne, hanno espresso un messaggio insperato di fiducia nella democrazia. Dopo anni di crescente astensionismo, l’affluenza è arrivata a sfiorare il 60%. Segno eloquente che, quando sono in gioco interessi condivisi, il Paese si mobilita.
Qui in ballo non c’era soltanto una questione tecnica – la separazione delle carriere dei magistrati – ma la Costituzione stessa e in particolare uno dei pilastri – l’autonomia della magistratura – su cui poggia l’equilibrio dei tre poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario. Cosicché dall’Alpi a Portopalo vi è stato come un movimento che ha riunito, intorno allo stesso interesse, cittadini di ogni età, condizione e appartenenza politica: quasi 15 milioni di elettori hanno detto “no” alla riforma voluta dal Governo. Perfino un rilevante numero di elettori del centro destra, votando “no”, ha voltato le spalle ai partiti di maggioranza. Un “terremoto politico” che ha costretto la Presidente del Consiglio Meloni a sollecitare le dimissioni di taluni esponenti “discussi” del suo governo. Decisione, questa, che avrebbe dovuto prendere, saggiamente, prima della prova referendaria e che le avrebbe evitato, molto probabilmente, di subire questa cocente sconfitta. Il problema è ora quello di guardare all’anno che ci separa dalle elezioni politiche del 2027 evitando che si trasformi, come è accaduto per il referendum, in una campagna logorante, all’insegna della irriducibile contrapposizione fra i due schieramenti.
La strada da seguire, come ha detto il Cardinale Zuppi, lo scorso 23 marzo, al Consiglio permanente della Cei è quella dell’unità, che consiste nel “mettere da parte ciò che divide e cercare quello che unisce, non giustificare mai la divisione e la malevolenza, cercare sempre la via della riconciliazione”. Al di là della delusione dei partiti di maggioranza e dell’euforia di quelli di opposizione, tentati, quest’ultimi, di intestarsi una vittoria il cui merito va ascritto prioritariamente ai giovani e a tutta la società civile, l’auspicio è che si ponga fine a quel clima di polarizzazione e contrapposizione che non gioverebbe al Paese già chiamato a superare tante prove, prima fra tutte il dramma della guerra. Specialmente in un momento storico in cui l’umanità è incappata in un Presidente degli Stati Uniti controverso e ondivago. Come se non bastassero le decine di guerre disseminate nel mondo – tra cui quella in Ucraina, irrisolta dopo quattro anni di invasione e bombardamenti da parte della Russia e quella nella striscia di Gaza dove, nonostante la tregua, il popolo vive ancora in condizioni disumane – ci mancava ora la “Furia Epica”. Assecondando il disegno diabolico di Netanyahu, Trump si è fatto trascinare in una avventura – la lotta al regime iraniano e la distruzione del suo potenziale bellico – rispetto alla quale non riesce a trovare una via onorevole di uscita. Dopo essere entrato in guerra senza consultare i Paesi alleati, fra cui l’Italia; dopo avere denigrato le istituzioni internazionali (Onu, Alleanza atlantica, Corti di giustizia, etc) ora Trump pretende di coinvolgere quelle forze prima snobbate, minacciandole di ritorsioni in caso di disimpegno. Una vera e propria tragedia che oltre a mettere in ginocchio l’economia statunitense e quella globale, sta riducendo in frantumi il mondo.

