Senza dimora, oltre 10mila nelle metropoli italiane. Giambusso (Caritas Sicilia): “Incentivare le politiche di contrasto alla povertà”

Grazie all’aiuto di 6mila volontari sul campo l’Istat, su richiesta della fio.PSD, ha censito 10.037 persone senza fissa dimora in 14 aree metropolitane: il 44,6% vive in strada. I due terzi sono stranieri, ma cresce anche il disagio tra gli italiani. Roma guida la classifica, seguita da Milano, Torino e Napoli. Giuseppe Giambusso, di Caritas Sicilia, invita a superare i dormitori, puntare su housing first e su una presa in carico integrata

Foto Calvarese/SIR

L’Italia si scopre più fragile davanti ai numeri della grave emarginazione adulta. Sono almeno 10.037 le persone senza fissa dimora sopra i 18 anni rilevate nei 14 comuni delle aree metropolitane del Paese nel gennaio 2026. Di questi, 5.563 persone (55,4%) sono ospitate nelle strutture di accoglienza notturna e 4.474 persone (44,6%) vivono in strada, in spazi pubblici privi di riparo, spesso nei centri storici, dove ci si arrangia con giacigli di fortuna. Nelle strutture di accoglienza notturna le persone di nazionalità straniera sono oltre i due terzi del totale (3.838 contro 1.725 di nazionalità italiana) e, anche tra chi è stato rilevato in strada, rappresentano il 70,5 per cento dei casi con nazionalità individuata. Sono i principali dati che emergono dalla Rilevazione delle persone senza dimora, compiuta dall’Istat su richiesta della fio.PSD (Federazione italiana Organismi per le persone senza dimora), che per la prima volta ha abbandonato le stime basate sull’uso dei servizi mensa per passare a un conteggio diretto sul campo, coinvolgendo oltre 6.000 volontari in 14 città metropolitane.

La mappa del disagio: da Roma alla Sicilia. La distribuzione geografica del fenomeno conferma la centralità delle grandi città del Centro-Nord, ma rivela anche dinamiche complesse nel Meridione.

Roma, come prevedibile, detiene il primato con 2.621 persone, seguita da Milano (1.641), Torino (1.036) e Napoli (1.029).

In Sicilia, i numeri appaiono più contenuti: Palermo registra 611 presenze, Catania 218 e Messina 129. Secondo Giuseppe Giambusso, referente degli Osservatori Povertà e Risorse di Caritas Sicilia, che ha seguito l’indagine sul campo a Palermo,

il dato complessivo potrebbe essere “leggermente sottostimato”

rispetto alla percezione quotidiana delle associazioni che si occupano di marginalità estreme. Le condizioni atmosferiche avverse durante la notte della rilevazione, il 26 gennaio, potrebbero aver spinto molti a cercare rifugi di fortuna non intercettati. “A Palermo, ad esempio, si stimava inizialmente quasi un migliaio di persone”, osserva al Sir Giambusso, evidenziando come la “fotografia” dell’Istat sia un punto di partenza necessario ma che richiede una lettura profonda delle dinamiche territoriali.

L’identikit delle persone senza dimora: i due terzi sono stranieri. Il profilo di chi vive in strada o nei dormitori (rispettivamente il 44,6% e il 55,4% del totale) è variegato. Se è vero che le persone di nazionalità straniera rappresentano oltre i due terzi del totale, con una prevalenza di marocchini, romeni ed egiziani, resta significativa la quota di italiani che finiscono ai margini. Le donne sono una minoranza (circa il 12% in strada), mentre la fascia d’età più colpita è quella tra i 31 e i 60 anni (61,3%).

Un dato allarmante riguarda la rapidità con cui si può finire in strada. Giambusso sottolinea come sempre più frequentemente

persone con una vita precedentemente “normale” scivolino nella marginalità a causa della “rottura delle reti familiari e amicali”.

In assenza di supporto, anche difficoltà temporanee o depressioni lievi possono trasformarsi in una condanna all’invisibilità.

Il falso mito della “scelta di vivere in strada” e la sfida dell’accoglienza. “L’idea che alcune persone scelgano di vivere in strada è spesso un falso mito”, spiega Giambusso. Dietro questa condizione si celano traumi, perdite e una graduale erosione delle capacità di socializzazione che rende difficile persino l’ingresso in strutture comunitarie con regole rigide.

Quali risposte? A fronte di questa complessità, la risposta non può limitarsi ai posti letto nei dormitori, che spesso risultano insufficienti e pensati per brevi permanenze. La proposta che arriva dal mondo Caritas e dal Terzo settore è quella di consolidare modelli come l’Housing first (la casa come primo passo) e le case protette. “È necessaria una presa in carico a 360 gradi che includa il supporto sanitario, psicologico, le pratiche amministrative e persino l’inclusione digitale”, sottolinea Giambusso: “Per una persona senza dimora, strumenti come lo Spid o il cellulare, ad esempio, sono essenziali per restare in contatto con i servizi e non perdere gli ultimi legami con la società”. Nonostante i numeri siano leggermente inferiori alle aspettative in alcune città, l’attenzione non deve calare. Il rischio, avverte Giambusso, “è che i dati portino a un rallentamento delle politiche di contrasto alla povertà:

“Quello che serve ora è consolidare le esperienze che hanno funzionato e agire in un’ottica preventiva”.

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