La consultazione referendaria dello scorso fine settimana propone due riflessioni a chi è chiamato a governare il Paese ma anche a chi spetta essere opposizione nelle sedi parlamentari con una premessa indispensabile: la politicizzazione bypartisan dell’appuntamento (a cui abbiamo assistito in questi mesi) non può consentire a destra, sinistra o centro di appropriarsi del risultato ma deve tramutarsi nel punto di partenza per ricostituire un rapporto con l’elettorato il cui voto, in caso contrario, sarebbe ancora una volta palesemente tradito.
La Costituzione rappresenta il richiamo sempre attuale a quei valori democratici che hanno consentito all’Italia di rialzarsi dopo le lacerazioni della seconda guerra mondiale e l’esperienza dittatoriale fascista: un testo nato in una realtà ideologicamente divisa ma che seppe però unire i Padri costituenti nell’impegno a costruire un domani democratico e di pace per le future generazioni. Anche per questo il Governo di turno – a qualunque pensiero politico faccia riferimento – non può pensare di modificare la nostra Carta fondamentale a proprio uso e consumo, imponendosi nelle Camere a forza di maggioranza e senza ricercare il più ampio consenso parlamentare evitando il raccordo imprescindibile con la minoranza. La Costituzione non è immutabile: può essere migliorata ma sempre nello spirito di collaborazione istituzionale che ne segnò la nascita e garantendo quell’equilibrio fra i poteri che essa sancisce.
Il secondo motivo di riflessione nasce dalla constatazione che, a differenza di quanto si è detto in tutti questi ultimi anni, il voto è un qualcosa di cui gli italiani (e fra essi soprattutto i giovani) sentono ancora l’importanza ed il valore.
Questo accade soprattutto quando sanno che la loro scelta può incidere veramente nel quotidiano della vita del Paese e non è un semplice avvallare ciò che le segreterie delle forze politiche hanno deciso ed imposto. La diminuzione (recte: il crollo) dei votanti è direttamente proporzionale al sempre maggiore potere che i partiti hanno assunto: è necessario ritrovare la strada per rendere nuovamente i cittadini parte attiva del percorso democratico in maniera reale e senza ricorrere a gesti di facciata che lasciano il tempo che trovano.
Le esperienze degli ultimi hanno ricordato ad ognuno di noi che il qualunquismo non porta da nessuna parte e che la donna o l’uomo forti da soli al comando possono ottenere risultati apparentemente eccezionali ma poi, coll’andare del tempo, per motivi esterni o interni alle proprie coalizioni, rischiano di perdere il consenso con la stessa velocità con cui l’hanno ottenuto.
In un momento come l’attuale in cui il panorama internazionale descrive scenari futuri foschi ed imprevedibili, con una crisi economica sempre più strutturale, con una terza guerra mondiale combattuta a pezzi alle porte di casa nostra ed una diplomazia che ha ormai dovuto cedere il passo alla megalomania di chi ha le armi più potenti, gli italiani hanno dimostrato che non vogliono accettare un domani imposto ad occhi chiusi, a prescindere, ma vogliono esercitare ancora con intelligenza e coscienza quei diritti che la Carta costituzionale assegna loro, assumendosene anche i relativi doveri.
Certamente il voto di domenica e lunedì scorsi non significa che la magistratura in Italia vada bene così com’è: i ritardi dei processi sono una vergogna di cui il nostro Paese è stato chiamato più volte a rispondere anche a livello internazionale e quindi rimane urgente ed impellente mettere mano ad una riforma che dia ai cittadini la certezza della tempistica nel procedimento ove sono parte offesa o giudicata.
Prima che pensare a modificare la Costituzione, è importante impegnarsi per la sua piena attuazione. E questo non è un dato secondario.

