Sono tempi in cui politici e giudici poco si comprendono e non sono mancati episodi di ferma contestazione. Capita ad ogni non condivisa sentenza e la dialettica si accende. Lo ha fatto Trump, che si è visto bocciare i dazi inflitti a mezzo mondo da sei giudici della Corte Suprema. Lo ha fatto l’Italia più volte: l’ultima di fronte alla sentenza del Tribunale di Palermo che ha stabilito un risarcimento di 76mila euro per la Sea Wacht. Ai primi Trump ha dato degli antipatriottici che non amano la costituzione, ai secondi la nostra premier Meloni ha contestato una decisione “che lascia senza parole” dal momento che, alcuni giudici per una “lunga serie di decisioni oggettivamente assurde” bloccano il governo nel suo impegno nel “contrastare l’immigrazione illegale di massa”.
Ora, al di là delle opinioni politiche – che cambiano profondamente lo scenario a seconda di dove ci si colloca -, quel che emerge è un modus operandi di governi che si spingono avanti, quasi forzano la mano riguardo quelli che sono i poteri dati dalla Costituzione, salvo poi essere fermati da chi, proprio dalla Costituzione, è chiamato a far rispettare le regole che gli stati democratici liberali si sono dati. Agiscono – o dovrebbero agire – mossi non da simpatia o non simpatia, tantomeno da rivalsa (di parte o di partito) ma nel rispetto del compito loro affidato dalle carte costituzionali, figlie non della pace ma di sanguinose guerre intestine, tanto negli Usa quanto in Italia.
Leonardo Becchetti sul quotidiano Avvenire (sabato 21 febbraio) ha scritto di essersi interrogato più volte sulla “resilienza della democrazia” di fronte alle continue tensioni – parla di stress test – cui il presidente Trump la va sottoponendo in questo suo secondo mandato. Un gioco di tensioni che si vede non solo oltreoceano, come se oggi forzare il limite stesse diventando un vero modo di procedere: a strappi e a strattoni rispetto le norme consolidate. Come gli adolescenti o i prepotenti provano a fare, alzando di volta in volta l’asticella della altrui pazienza; come se la forza del capo fosse la cartina di tornasole e la misura della forza di un paese intero.
Ma a volte il paese risponde: come quando a Minneapolis la gente è scesa per le strade congelate dopo due immotivate uccisioni della milizia Ice (di Renee Good e Alex Preti); come quando i giudici della Corte Suprema riportano le azioni (economiche in questo ultimo caso), anche di un presidente che li ha scelti, nel solco di quanto stabilisce una legge superiore e uguale per tutti; come quando il presidente della nostra Repubblica Sergio Mattarella decide di presenziare – prima volta in undici anni – alla riunione ordinaria del Consiglio superiore della magistratura e in due minuti ammonisce le istituzioni al rispetto reciproco. La più elegante delle tirate d’orecchi in vista di una campagna referendaria sui temi della giustizia che poco o nulla spiega ma tanto ferisce a suon di reciproche accuse tra le parti opposte dei Sì e dei No.
Appare quindi come una barca fragile questa democrazia: in preda a un mare tempestoso di correnti, guidata da taluni che, se non proprio di abbatterla, appaiono per certo smaniosi di assumerne il pieno comando. Invece, nella barca chiamata democrazia, la rotta è nel solco della costituzione e al timone ci stanno più poteri, chiamati a condurlo coralmente, ciascuno col proprio compito, attenti a che nessuno abbia a prevalere sull’altro, tutti impegnati a guidare al meglio la nave stessa. Un meccanismo complesso che rende la democrazia vulnerabile e governarla più macchinoso. Ma, è proprio questo che preserva la nave Italia (o Usa) – e i cittadini imbarcati – dai colpi di testa, da rotte arbitrarie che potrebbero sì far volare il veliero ma anche trascinarlo sugli scogli, dove il rischio è doppio: arenarsi o naufragare.
Sulla barca chiamata democrazia
Sono tempi in cui politici e giudici poco si comprendono e non sono mancati episodi di ferma contestazione. Capita ad ogni non condivisa sentenza e la dialettica si accende. Lo ha fatto Trump, che si è visto bocciare i dazi inflitti a mezzo mondo da sei giudici della Corte Suprema.