Oltre il buio

Mentre l’Ucraina vive la quinta Quaresima di dolore e di morte, la Chiesa è chiamata a non rifugiarsi in una quieta indifferenza. Il Messaggio del Papa indica un itinerario di conversione e carità che interpella le coscienze e invita a farsi prossimi a chi soffre

(Foto Calvarese/SIR)

Ancora una Quaresima, la quinta, di dolore e di morte, di buio e di freddo per il popolo dell’Ucraina, sempre più angosciato tra l’urgenza di far finire una guerra micidiale troppo lunga e la necessità di non rinunciare alla propria dignità e alla propria libertà. Ancora una cupa e mesta Quaresima, senza che si possa intravvedere per ora l’orizzonte luminoso di una qualche Pasqua di risurrezione, che si traduca in una speranza concreta di ripresa di una vita più serena, nel compito sognato, persino calcolato, ma sempre rinviato, della ricostruzione e della guarigione dalle troppe ferite. Né, tantomeno, vedono luce le centinaia di migliaia di soldati al fronte, dall’una e dall’altra parte, intenti o comandati ad affrontarsi e uccidersi anziché riconciliarsi per un futuro pacifico, come imporrebbe il senso di umanità che, con i loro capi, non dovrebbero aver perso del tutto.

Noi, intanto, la viviamo da qui, la nostra tranquilla Quaresima, che – dopo i fragori del Carnevale e con un altro mese di lieti Giochi, olimpici e paralimpici – ci richiama comunque a un tempo di riflessione, di preghiera, di penitenza, di conversione, di carità.

Semplice e chiaro il Messaggio che papa Leone ci ha inviato, nella memoria della vergine e martire catanese S. Agata il 5 febbraio scorso: tre parole che costituiscono un programma pienamente condivisibile da parte di tutti per questo cammino che iniziamo con la sua esplicita benedizione: Ascoltare, Digiunare, Insieme.
Ascolto, prima di tutto: ascolto della Parola di Dio che dovrebbe allenarci, a sua imitazione, all’ascolto “del grido dell’oppresso”. Tra le tante voci che ci attorniano e talora ci aggrediscono dovremmo riuscire a riconoscere proprio quella “che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza riposta”, e possa smuovere, anche attraverso di noi, per quanto possiamo, la società, i sistemi politici ed economici, ma anche le nostre Chiese e, in primis, la nostra Chiesa locale. Al riguardo, ci viene indicato dal Centro missionario diocesano, come segno concreto per questa Quaresima, di sostenere un lebbrosario in India: un gesto di carità per gli ultimi degli ultimi perché possano anch’essi sperare in un futuro migliore.
Digiuno. Parola e pratica desueta nel suo significato ascetico, anche se talora o spesso sostituita da raccomandazioni e pratiche salutiste. Da riscoprire e vivere come segno di un “cammino di conversione” coinvolgendo anche il corpo, ordinando gli “appetiti” per mantenere al tempo stesso, ancora una volta, “la fame e la sete di giustizia” che diventa “preghiera e responsabilità verso il prossimo”, traducendosi in qualcosa di più continuativo, cioè in “uno stile di vita più sobrio” che ci faccia sperimentare da vicino la situazione di tanti fratelli e ci permetta anche margini materiali per andare in loro soccorso. Anche in questo ambito le indicazioni quaresimali diocesane ci ricordano la Giornata di preghiera e digiuno per i missionari martiri, prevista come ogni anno il 24 marzo in memoria della testimonianza del vescovo martire salvadoregno Oscar Romero: il digiuno simbolico di un giorno che, insieme al primo e all’ultimo giorno di Quaresima (il mercoledì delle Ceneri e il Venerdì santo), costituiscono un richiamo concreto ad una sobrietà che diventi costante atteggiamento di vita. Un suggerimento in più, molto pratico, ci giunge da papa Leone XIV che – sulla linea del “disarmo del linguaggio”, disarmato e disarmante – invita ad un digiuno speciale: l’astensione “dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo”.
Insieme, infine. Poiché la Quaresima è un tempo da vivere individualmente sì, con i nostri buoni propositi, ma anche comunitariamente, a partire da una presenza più assidua e più fruttuosa alla vita liturgica, che dall’ascolto della Parola e nella comunione al pane spezzato si traduca essa pure in un ascolto “del grido dei poveri e della terra” per una comunione più grande con tutti e con tutto.
Senza lasciarsi distrarre dai Carnevali in ritardo, che – come da brutta abitudine in alcune nostre zone, non rispettando nemmeno le scadenze che restano canoniche nei Carnevali modello come quello veneziano – si snodano con festosi carri allegorici proprio nel cuore della Quaresima, avviamo un cammino di penitenza e conversione, di carità e di speranza, anche a nome di chi, per la guerra o l’indigenza o l’angoscia, rischia la disperazione.

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