San Valentino è il giorno dedicato all’amore, ma le cronache degli ultimi mesi — segnate da violenze tra giovanissimi, relazioni dominate da controllo e gelosia, aggressioni compiute da adolescenti contro le loro partner — ci ricordano che non bastano cuori e frasi romantiche per parlare davvero di amore. Oggi più che mai occorre chiedersi come crescano le competenze emotive e relazionali delle nuove generazioni. Senza percorsi educativi strutturati, molti ragazzi costruiscono la loro idea di intimità e relazione attraverso social, influencer improvvisati o pornografia, assorbendo modelli distorti e spesso violenti. In questo vuoto educativo attecchiscono stereotipi, dinamiche di possesso e modelli affettivi disfunzionali. Per questo, proprio nel giorno che celebra l’amore, scegliamo di riflettere su cosa significhi educare all’amore oggi e su quali strumenti servano a ragazze e ragazzi per costruire relazioni sane, rispettose e consapevoli. Ne parliamo con Maria Antonietta Gulino (nella foto), presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi (Cnop), che da tempo richiama l’urgenza di un’educazione affettiva e sessuale fondata su basi scientifiche, come presidio di salute psicologica e prevenzione della violenza.

Foto CNOP/SIR
Dottoressa Gulino, che cosa ci dicono gli episodi di violenza tra adolescenti, ultimo l’efferato omicidio di Zoe Trinchero da parte di un ragazzo di 19 anni?
Ci dicono che i giovani vivono una grande confusione emotiva. Faticano a riconoscere ciò che provano e, di conseguenza, ciò che provano gli altri. Nella gamma delle emozioni — rabbia, gioia, malinconia, tristezza — spesso si perdono, non colgono le sfumature e non sanno dare un nome a ciò che sentono. La delusione e la frustrazione sono tra le emozioni più difficili da tollerare, soprattutto perché molti crescono in contesti familiari e sociali dove il “no” è poco praticato e i confini sono fragili.
Senza confini chiari, aumenta il rischio di reazioni impulsive e, purtroppo, anche di gesti estremi come quelli che la cronaca ci mostra sempre più spesso.
Che ruolo ha il “no” nella crescita emotiva e nella prevenzione della violenza?
Il “no” è un confine educativo fondamentale. Se un ragazzo non impara a riconoscere e rispettare un rifiuto, non sviluppa la capacità di gestire frustrazione e rabbia. L’assenza del “no” rende difficile elaborare limiti e confini e può portare a comportamenti impulsivi e distruttivi. Per questo è indispensabile un’alfabetizzazione emotiva che aiuti i giovani a comprendere e regolare le emozioni per non esserne travolti.
Lei insiste da tempo sulla necessità di un’educazione affettivo‑sessuale strutturata e scientificamente fondata a scuola. Perché è così importante?
Evitare di parlare di emozioni, affettività e sessualità trasmette ai giovani l’idea che siano temi pericolosi o proibiti. Al contrario, servono spazi sicuri e competenti dove affrontarli. È fondamentale la presenza di professionisti qualificati, come gli psicologi, che sappiano dare un nome agli stati emotivi, accompagnare nelle crisi e guidare i ragazzi nella conoscenza di sé.
In questo senso la scuola dovrebbe offrire percorsi basati su evidenze scientifiche, capaci di ridurre tabù e paure.
Quanto pesa la disinformazione online nella costruzione dell’immaginario affettivo e sessuale dei giovanissimi?
Pesa moltissimo. Senza riferimenti adulti competenti, gli adolescenti cercano risposte in rete, dove trovano contenuti diseducativi, stereotipi e messaggi violenti. I siti pornografici, in particolare, propongono modelli performativi e spesso aggressivi, lontani dalla realtà delle relazioni. Per questo, informazione, formazione e accompagnamento sono indispensabili:
senza orientamento, il web può diventare un boomerang e alimentare dinamiche disfunzionali di violenza, bullismo, cyberbullismo, revenge porn.
Come possono le famiglie affrontare questi temi rispettando la privacy degli adolescenti, restii a parlare di sé?
È normale che i ragazzi parlino poco di affettività e sessualità in casa. Tuttavia, domande rispettose, ascolto e commenti condivisi su fatti di cronaca possono aprire spazi di dialogo. I genitori di oggi, spesso presi da ritmi frenetici e dal digitale, dedicano poco tempo all’accompagnamento emotivo, e talvolta non hanno gli strumenti per farlo. Per questo servono percorsi di formazione anche per loro, un tassello fondamentale della prevenzione.
Lei sostiene che l’educazione affettivo‑sessuale a scuola dovrebbe essere affidata agli psicologi…
Sì, non rientra nel mandato del docente. Deve essere affidata a professionisti con competenze specifiche, come gli psicologi. Gli insegnanti hanno bisogno di supporto, e la collaborazione tra scuola e famiglia è essenziale. Servono interventi strutturati che promuovano benessere emotivo e riducano i rischi di violenza.
Esistono progetti istituzionali che vanno in questa direzione?
Sì. Un esempio è il progetto *Ascoltami*, approvato nei giorni scorsi dal ministero dell’Istruzione e del merito con la Conferenza Stato‑Regioni, in collaborazione con il Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi. Prevede un voucher di 250 euro per cinque colloqui online di 60 minuti sulla piattaforma digitale “Unica” del Mim. Sulla scia di questo modello auspichiamo l’introduzione nelle scuole di programmi strutturati di educazione affettiva, sessuale e digitale.
Come si prevengono gelosie patologiche, dipendenze affettive e comportamenti violenti?
Bisogna educare ai confini tra sé e l’altro: desideri, libertà, limiti reciproci. La gelosia patologica nasce da una scarsa conoscenza dei confini personali e va contrastata con formazione e informazione.
L’amore non contempla il fare del male: l’educazione affettiva aiuta a distinguere tra cura e controllo, tra rispetto e violenza.
Perché molti giovani – anche molte ragazze – interpretano la gelosia come un segno d’amore?
Perché assorbono modelli distorti da famiglie, serie TV, social. Il confronto tra pari, guidato da uno psicologo, permette di smontare queste distorsioni e di interiorizzare modelli basati su rispetto e reciprocità.
Come si può rafforzare nelle ragazze la cultura dell’autoprotezione e del chiedere aiuto?
È fondamentale insegnare loro a riconoscere i segnali di rischio, a fermarsi, riflettere, chiedere aiuto a figure di riferimento. La cultura del chiedere aiuto è poco diffusa, ma è essenziale per tutelare la propria vita e ridurre l’esposizione a situazioni pericolose. Parallelamente, bisogna educare chi non sa rispettare un “no” a interiorizzare il concetto di confine e consenso.

