Fine vita. Onder (Università Cattolica): “Cure palliative, una sfida che l’Italia non può più rinviare”

Le cure palliative costituiscono un pilastro imprescindibile nel dibattito sul fine vita, ma in Italia persistono forti disuguaglianze territoriali. Mentre è imminente l'approdo in Aula al Senato del ddl sul fine vita, il direttore del Master dell’Università Cattolica, Graziano Onder, richiama la necessità di investimenti, governance chiara, percorsi accademici solidi. E avverte: "Non si può discutere seriamente di suicidio assistito o di fine vita senza aver prima garantito un’assistenza palliativa adeguata, uniforme e di qualità"

(Foto Vidas)

Le cure palliative costituiscono un elemento imprescindibile per un dibattito serio e responsabile sul fine vita, anche alla luce del primo suicidio assistito avvenuto in Piemonte. Ma in Italia la disciplina soffre ancora disomogeneità territoriali, scarso riconoscimento culturale e professionale, rappresentanza istituzionale inadeguata e limiti normativi nelle equipollenze. Lo scorso 22 gennaio, presso il campus di Roma dell’Università Cattolica, sono state inaugurate l’ottava edizione del Master di II livello in cure palliative per medici, e l’undicesima edizione del Master in cure palliative e terapie del dolore per le professioni sanitarie. Un percorso formativo che arriva in un momento cruciale, mentre il Senato si prepara a discutere il disegno di legge sul fine vita. Con Graziano Onder (nella foto), direttore del Master, facciamo il punto su criticità, prospettive e sfide della medicina palliativa. “Servono investimenti, governance chiara, percorsi accademici definiti e un cambiamento culturale che coinvolga professionisti e cittadini – spiega al Sir -. Una sfida complessa, ma necessaria per garantire dignità e sollievo ad ogni persona nel momento più fragile della vita”.

Professore, perché le cure palliative sono un prerequisito per un dibattito serio sul fine vita?

Non si può discutere in modo onesto e responsabile di suicidio assistito o di fine vita senza aver prima garantito un’assistenza palliativa adeguata, uniforme e di qualità.

Se questa condizione non è soddisfatta, ogni ragionamento manca di un presupposto fondamentale e le scelte del paziente rischiano di essere un ripiego: il risultato della mancata offerta di opportunità terapeutiche e assistenziali.

Al centro deve esserci sempre la dignità della persona fragile e malata, accompagnata fino alla fine con competenza e umanità.

La fotografia dell’accesso alle cure palliative in Italia è però impietosa. Solo il 33% degli aventi diritto riceve cure palliative, con punte drammatiche intorno al 3% nel Sud …
Una situazione molto disomogenea, a macchia di leopardo, che rivela carenze soprattutto nelle regioni meridionali. Ma le criticità non si fermano qui. Calabria, Campania, Piemonte, Sicilia e Valle d’Aosta non hanno ancora inviato al ministero della Salute i piani di potenziamento previsti.

Servono interventi strutturali e una governance chiara per colmare divari non più accettabili.

La figura del palliativista è sufficientemente riconosciuta a livello culturale e professionale?
Non ancora. L’arrivo dei primi specialisti in cure palliative il prossimo autunno è un passaggio importante, ma servirà tempo per consolidare percorsi e competenze. Ad oggi la disciplina è ancora percepita come marginale. Occorre maggiore visibilità nei tavoli istituzionali e un percorso accademico chiaro che definisca ruolo e responsabilità del palliativista.

Le cure palliative vengono ancora associate solo agli ultimi giorni di vita. È un limite culturale?
Assolutamente sì perché non possono essere confinate all’hospice o agli ultimi 15 giorni di vita. Uno studio condotto con la Società italiana di geriatria e gerontologia rivela che il 55% dei pazienti ospedalizzati e il 45% di quelli in Rsa presenta bisogni palliativi. Il palliativista in ospedale è dunque importante quanto il cardiologo.

E’ necessario un graduale cambiamento culturale, che allarghi la percezione del campo d’azione della disciplina lungo tutto il percorso di malattia.

C’è anche un tema di rappresentanza nei tavoli istituzionali?
Sì. La “Sezione O” del ministero della Salute, dedicata a cure palliative e terapia del dolore, è composta in gran parte da anestesisti e non include né rappresentanti della Società italiana di cure palliative, né direttori delle scuole di specializzazione. Un disequilibrio che non riflette la competenza specifica della disciplina e che andrebbe corretto.

Sul fronte accademico, quali sono le priorità?
L’avvio della scuola di specializzazione è solo il primo passo. Dobbiamo costruire curricula dedicati, investire nella ricerca e definire con precisione competenze e setting operativi. È un processo che richiede tempo, risorse e una visione strategica.

La specializzazione in cure palliative risulta poco attrattiva per i giovani medici?
Sì. Solo un terzo dei posti disponibili viene occupato. Le ragioni sono diverse: mancanza di cultura delle cure palliative, percezione limitata del loro campo d’azione e, come spesso accade, anche fattori economici. La palliativistica non offre guadagni elevati né l’uso di tecnologie avanzate, risultando meno appetibile rispetto ad altre specialità.

Un ulteriore nodo riguarda le equipollenze. Perché rappresentano un problema?
Oggi gli specialisti in neurologia, anestesia, medicina interna o oncologia possono concorrere per ruoli da palliativista, ma il percorso inverso non è possibile. Il palliativista non ha equipollenze in uscita, e questo limita le opportunità professionali, relegando la disciplina in una sorta di “serie B”. Sono in corso interlocuzioni per superare questa barriera, ma resta da chiarire se la competenza sia del ministero dell’Università o della Salute.

Nonostante tutto, il valore umano della professione resta altissimo…
È vero. Pur senza tecnologie sofisticate o grande visibilità, la medicina palliativa offre un rapporto diretto, profondo e globale con il paziente e la sua famiglia. È una presa in carico che ne abbraccia le dimensioni fisiche, psicologiche e spirituali.

Questo rappresenta lo spirito più autentico della professione medica.

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