I Giochi Olimpici non sono soltanto il luogo della competizione, della prestazione e della sfida sportiva ai massimi livelli. Sono anche uno spazio umano intenso, fatto di attese, speranze, fragilità, relazioni e responsabilità condivise. In questo contesto, accanto agli atleti, ai tecnici e ai dirigenti, trova posto da molti anni una presenza silenziosa e discreta, ma profondamente significativa: quella del cappellano della missione olimpica. In occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, la Chiesa accompagna la squadra italiana anche attraverso il servizio di don Franco Finocchio, cappellano degli azzurri e assistente ecclesiastico degli atleti della Nazionale. Il suo è un ministero che si svolge lontano dai riflettori, tra i villaggi olimpici, le sedi di gara e i momenti informali della vita quotidiana, offrendo ascolto, celebrazione e sostegno spirituale a chi lo desidera. Nel giorno in cui iniziano ufficialmente i Giochi, il Sir lo ha intervistato.
Qual è il compito specifico dell’assistente ecclesiastico degli atleti della Nazionale italiana?
Il Coni, da tantissimi anni, ha sempre previsto nello staff della missione olimpica la presenza di un cappellano. Il suo compito è molto semplice: garantire i servizi religiosi a chiunque ne abbia necessità. In particolare, la celebrazione dell’Eucaristia ogni volta venga richiesto e ritenuto opportuno. Nella newsletter che ricevono tutti i partecipanti alle Olimpiadi viene sempre segnalata questa possibilità, con orari e luoghi. Inoltre, come se si avesse a disposizione un parroco, sono disponibile per incontri, colloqui o anche semplicemente scambi di idee durante i momenti informali, che aiutano a conoscerci e a creare confidenza.
Che tipo di rapporto c’è tra lei, i tecnici, lo staff medico e i dirigenti della Nazionale durante i Giochi?
Io sono solo alla mia seconda Olimpiade e sono molto curioso di capire come si svilupperà. I rapporti, innanzitutto, vanno creati con discrezione e disponibilità, in particolare con le varie aree dello staff. Quelli iniziati a Parigi si sono approfonditi in questi due anni nelle occasioni che abbiamo avuto di vederci a Roma (io sono parroco a Novara). Devo dire che la delicatezza, l’attenzione e la cura che mi è sempre stata riservata da tutti in queste occasioni sono state davvero grandi. Man mano che passa il tempo tutto questo si rafforza e i giorni olimpici sono una grande occasione. A differenza delle Olimpiadi estive, come sapete, in quelle invernali ci sono più sedi. Il Coni mi ha concesso di visitarle tutte e quindi ci vedremo e conosceremo nei vari siti.
In che modo la fede può diventare una risorsa per affrontare la fatica, l’infortunio, l’errore e il limite?
Come in ogni altra situazione della vita. La fede aiuta a vivere con la possibilità di cercare un senso in ogni cosa alla luce del Vangelo. Non credo sia diverso per un atleta, uno studente, un genitore o un nonno. La vita offre delle grazie e delle prove: tutto si può vivere alla luce di questo se uno sceglie di farlo, lasciandosi orientare dalla Parola di Dio e dall’incontro con il Cristo risorto.
Che messaggio sente di consegnare agli atleti azzurri che si preparano a Milano-Cortina 2026?
Di essere felici ed entusiasti. E so che lo sono. Felici anche solo di esserci, di partecipare, di condividere con altri amici e amiche, che vengono da tutto il mondo, una grande festa.
Di essere orgogliosi di poter emozionare un intero Paese che li seguirà con affetto, aiutandoci a sentirci comunità almeno per qualche giorno. Sono giovani e sono impegnati in un’impresa. Possono essere di ispirazione per tanti altri giovani con le loro azioni e le loro parole.
Io insegno in un liceo statale a Novara da più di trent’anni e so che dovremmo dire ai ragazzi e alle ragazze che “riuscire” nella vita non dipende solo da loro, ma da tanti fattori; invece “tentare” dipende solo da loro. Per questo non bisogna mai rinunciare a un’impresa e accettarne l’esito, qualunque esso sia. Una regola dello sport dice che non si perde mai: o si vince o si impara.
Se dovesse sintetizzare in una parola la sua missione durante le Olimpiadi, quale sceglierebbe e perché?
Direi: “comunità”. È una parola di cui tutto il mondo necessita.
Troppe frammentazioni, opposizioni, particolarismi. Le persone semplici sono sempre più disorientate e impaurite perché si sentono sole, abbandonate al loro destino, spesso isolate.
Dobbiamo riscoprire la bellezza di questa parola e impegnarci a costruirla ogni giorno, senza lasciare indietro nessuno, soprattutto i più fragili. Tutti quelli che vivono nel villaggio olimpico scoprono la bellezza e la semplicità dello stare insieme in comunità. In fondo è un grande campo scuola: si mangia insieme, si dorme sotto lo stesso tetto, si è lì per la stessa ragione e qualcuno, con la propria fede, prega per tutti.

