Azione cattolica. Gli assistenti ecclesiastici ad Assisi: “La sinodalità nasce dall’amicizia tra laici e preti”

Si è concluso oggi alla Domus Pacis di Assisi il Convegno nazionale degli assistenti ecclesiastici dell’Azione cattolica italiana. Al centro dei lavori, la sinodalità come esperienza concreta di corresponsabilità e comunione, fondata sull’amicizia tra sacerdoti e laici e orientata alla missione nelle Chiese locali

(Foto SIR)

Più che un elenco di “parole chiave”, dal Convegno nazionale degli assistenti ecclesiastici dell’Azione cattolica italiana emerge soprattutto un’esperienza condivisa: la sinodalità prende forma concreta quando diventa amicizia vissuta tra laici e sacerdoti, al servizio della Chiesa e delle comunità locali. È questa la cifra che accompagna i quattro giorni di lavori che si concludono oggi alla Domus Pacis di Assisi, accanto ai temi della corresponsabilità, della partecipazione, della comunione e della missione.
Un’esperienza che non resta astratta, ma interroga direttamente il modo di essere Chiesa oggi. “Il Cammino sinodale – ha ricordato mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica – chiede uno stile di condivisione, di dialogo, di comunione”. In questo senso, ha aggiunto, il compito degli assistenti è quello di “accompagnare e sostenere la missione dei laici, che già vivono immersi nel territorio le sfide culturali e sociali del nostro tempo”.
Il convegno ha offerto anche uno sguardo teologico e pastorale sul legame tra sinodalità e missione. Pierpaolo Triani, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha sottolineato come “ripensare la missione oggi significhi rimettere al centro l’incontro con le persone e con la loro vita reale”. Una Chiesa sinodale, ha spiegato, è una Chiesa capace di prossimità: “Ripensare le strutture e le pratiche alla luce dell’incontro e dell’accompagnamento, ma anche abitare il mondo, comprenderne le contraddizioni e costruire segni di Vangelo nelle situazioni concrete”.
Sulla stessa linea padre Giacomo Costa, gesuita, segretario speciale del Sinodo dei vescovi, che ha richiamato il fondamento relazionale della corresponsabilità: “Il rischio è viverla in modo solo organizzativo. In realtà nasce dall’essere una comunità di amici nel Signore”. Un’amicizia che non è tempo perso, ma “la condizione per annunciare il Vangelo insieme, come corpo di battezzati, ciascuno con i propri doni e ministeri”.
Dalle riflessioni alle voci degli assistenti, chiamati a riportare questa esperienza nelle Chiese locali. Don Vittorio Gatti, assistente dei Giovani di Azione cattolica nella diocesi di Alessandria e assistente unitario e del settore Adulti per il Piemonte e Valle d’Aosta, racconta di tornare a casa “con una prospettiva condivisa e con la consapevolezza che la sinodalità riguarda direttamente il nostro servizio quotidiano”. Queste giornate assisane, aggiunge, “ci aiutano a custodire uno stile di corresponsabilità insieme ai laici”.

(Foto SIR)

Per don Carmelo La Magra, assistente unitario di Azione cattolica e referente per il Cammino sinodale nell’arcidiocesi di Agrigento, la chiave è ancora più radicale: “Il punto di partenza della sinodalità è l’amicizia. L’amicizia tra preti e laici permette di sviluppare carismi e ministeri diversi non in contrapposizione, ma in collaborazione”. E precisa: “Finito il tempo delle assemblee, comincia il sinodo vero, quello della missione nelle nostre diocesi. La sinodalità deve diventare postura stabile della vita ecclesiale”.
Uno stile che tocca anche l’identità personale del presbitero. Don Michael Pasotto, assistente diocesano Acr, Giovani Ac e Fuci dell’arcidiocesi di Milano, parla di “una rinnovata gioia nell’essere prete dentro la Chiesa”, grazie a uno stile che “fa uscire dall’individualismo e rimette al centro la comunione”. L’amicizia, aggiunge, “nasce dal raccontarsi l’incontro personale con Gesù e genera frutti missionari autentici”.
A tenere insieme il senso profondo di questi giorni è la fraternità. Don Francesco Marrapodi, assistente ecclesiastico centrale dell’Azione cattolica ragazzi, ricorda che “fondare tutto sulla fraternità significa scommettere su un ministero generativo”, capace di valorizzare differenze di carismi, sensibilità e ruoli. “La differenza – sottolinea – ci aiuta a non essere indifferenti e a riconoscere nel volto dell’altro una possibilità di Vangelo”.
Il convegno di Assisi si chiude così come un’esperienza di Chiesa sinodale già in atto: un laboratorio di relazioni, ascolto e corresponsabilità che ogni assistente è ora chiamato a tradurre nelle proprie diocesi, perché la sinodalità non resti un tema, ma diventi uno stile quotidiano di vita ecclesiale.

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